
Il pallone, brutta bestia arruffata, ieri ha deciso di rotolare dalla parte dei friulani con quella solenne indolenza che piace tanto agli dei del football di provincia. Mancava Davis, e i soliti cassandri già sintonizzati sulla solita litania del pianto antico paventavano disgrazie e sventure; invece l’Udinese s’è presentata al cospetto del Como schierando in retroguardia due reclute, tale Abankwah e tal Palma, che pur avendo un’età complessiva che supera di poco quella di un buon culatello stagionato, si son messi lì a domare la contesa con l’incoscienza felice e la boria finta dei veterani di mille battaglie campestri. Nel frattempo il Como, squadra elegiaca e infarcita di buone intenzioni balneari, s’è ritrovato a masticare amaro di fronte al passo cadenzato della truppa locale: l’Udinese ha macinato gioco, ha costruito più di quanto la ragione consenta e ha finito per dominare la giostra. La perla della giornata, roba da far saltare il fiasco di Merlot sul tavolo della tribuna stampa, porta la firma imprevedibile di Kamara, che all’improvviso s’è tolto la livrea del faticatore da fascia per vestire la marsina del centravanti d’alta scuola, pennellando una parabola golosa che nemmeno il succitato Davis, nei suoi sogni più proibiti e nelle sere di luna piena, avrebbe saputo inventare con pari eleganza. A condire la zuppa ci ha pensato poi Vojvoda, acquisto indovinato che lungo la corsia ha seminato il panico, la pazzia e parecchi giramenti di testa ai comaschi, costretti a inseguire fantasmi in maglia bianconera e a chiedersi per quale bizzarro disegno del destino la palla, a queste latitudini, finisca sempre per pesare il doppio. Un pari che fa bene anche se nel primo tempo l’idea del colpaccio biancnero non era assurda.


