
Ci si ritrova a rimirare questa contesa tra l’Udinese e il Cagliari con la sensazione precisa di essere incappati in un’esibizione balneare, un calcio d’estate giocato a settembre dove il clima sciroccoso va a braccetto con una flemma di rara indolenza, roba da far cascare le braccia anche ai santi. L’unico che pare agitarsi come un demonio per il puro gusto di farlo è il fischietto di turno, il quale s’affanna parecchio inanellando una serie di decisioni direi grottesche, per non dire apertamente discutibili, nel bel mezzo di una melina che sembra gridare a gran voce: «Senti, la partita vera la giochiamo domani, che oggi non è aria». In questo grigio palcoscenico l’Udinese trova persino il modo di far la solita figura poco edificante, perdendo pure quel povero Davis per acciacco fisico prima di aver combinato qualcos’altro d’utile. Ad inizio di ripresa ti aspetti una scossa, una reazione di orgoglio, e infatti i bianconeri provano a fare i baldanzosi parendo persino intraprendenti, ma è solo un’illusione passeggera destinata a infrangersi contro la pochezza mentale della truppa: un retropassaggio sciagurato dettato da una leggerezza imperdonabile regalava al Cagliari un vantaggio insperato, roba da mandare al manicomio chiunque ami la tattica con la T maiuscola. Una brutta partita, diciamolo senza peli sulla lingua, persa con pieno merito dai friulani per colpa d’una disattenzione marchiana e di quell’incapacità di buttare la palla dentro, sciupando con superficialità anche le poche occasioni faticosamente modellate dal caso più che dall’ingegno.


