
Inutile girarci intorno: il fallimento della Nazionale italiana di calcio è solo l’ultimo pilastro di un sistema che marcisce da trent’anni. In Italia abbiamo un vizio atroce: ci accorgiamo che un’opera è finita solo quando viene giù. Lo facciamo con le strade, con le scuole e ora con il calcio.
Non è colpa di un modulo o di un gol sbagliato. La colpa è di chi dirige, di una gestione figlia della stessa gerontocrazia, del vecchiume che blocca il Paese.
Abbiamo smesso di fare manutenzione ai talenti, abbiamo ignorato i settori giovanili e oggi raccogliamo le macerie. Basta con i genitori che fanno gli allenatori, i procuratori o i filosofi decidendo cosa sia giusto per i propri figli.
Ognuno faccia il suo lavoro.
E per favore, risparmiateci il moralismo da quattro soldi.
Basta puntare il dito sugli stipendi o sui “valori perduti”.
La passione nasce da dentro, tra la polvere e il sudore. Vince chi è il più bravo, chi ha talento, chi è educato e chi fa gruppo.
Il calcio è di chi lo sceglie, di chi lo ama e di chi soffre sui gradoni, nel bene e nel male; e se lo si fa nel Paese di origine, il senso di appartenenza fa il resto.
Non serve una predica, serve una ruspa. Bisogna ricostruire dalle fondamenta, perché se non curi le basi, il tetto prima o poi ti cade in testa. Ed è esattamente quello che è successo oggi.
Verena Marchesan


