
Al “Bottecchia” va in scena il calcio (quasi) vero
Signore e signori, bentrovati. Mentre il mondo si interroga sui massimi sistemi e i nazionali volano altrove a cercar gloria o raffreddori, a Pordenone si è consumato un rito antico: l’amichevole del venerdì, nobilitata dal sapore di un derby che profuma di frico e nostalgia.
Il cartellone recitava Pordenone contro Udinese, ma l’elenco degli assenti somigliava pericolosamente a una lista della spesa dimenticata sul frigo: niente Zanoli, Zemura o Buksa. Mister Runjaic, dalla panchina, osservava con la pazienza dei giusti, cercando di capire se il talento sia un bene distribuito equamente o se, come sospettiamo, faccia delle preferenze.
L’eroe per caso: Il colombiano Arizala. Ha corso, ha convinto e ha ricordato a tutti che a volte la gioventù non è solo un errore che il tempo corregge. È stato il migliore, o forse solo quello che aveva più voglia di tornare a casa con la maglia sporca.
Stadio Bottecchia esaurito in ogni ordine di posto. Un “sold-out” che fa notizia, quasi come trovare un parcheggio libero in centro il sabato pomeriggio.
Il divario (sulla carta): Quattro categorie di differenza. Praticamente come far gareggiare un ciclista della domenica contro uno che punta al Tour de France. Eppure, il Pordenone non lo sapeva o, se lo sapeva, ha deciso di fregarsene altamente.
La partita è stata un lungo esercizio di diplomazia calcistica. L’Udinese teneva il pallino del gioco, ma il Pordenone teneva i polpacci, contendendo ogni zolla di terra con una tigna commovente. Lo zero a zero sembrava destinato a diventare il risultato finale, una sorta di omaggio alla pace nel mondo e alla stanchezza generale.
Poi, all’ottantasettesimo, quando ormai i fotografi stavano già riponendo le lenti e il pubblico pensava all’aperitivo, ecco il polacco Piotrowski. Un tocco, un gol, e la pratica è archiviata: 0-1.
L’Udinese vince, il Pordenone non perde la faccia e noi portiamo a casa la solita certezza: il pallone è tondo, ma a volte sembra un po’ sgonfio.


