
La nebbia padana non s’è ancora alzata per bene che già bisogna fare i conti con la realtà, e che realtà. L’Udinese ci ha provato, ha preso in mano il pallino, ha costruito e sgomitato. Ma i numeri, benedetti numeri che dicono tutto e non dicono niente, stavolta fanno compagnia solo al rammarico.
Prendi Maduka. Un romanzo nello spazio di un amen. Prima perde quel pallone che pareva un saponetta e regala i brividi freddi lungo la schiena di tutto il popolo bianconero, poi si erge a saracinesca e quel rigore lo disinnesca con la faccia di chi non ha paura di niente. Chapeau. È l’emblema di questa squadra: sbanda, barcolla, ma forse non affonda. Anzi, ha spinto, ha avuto le sue occasioni, ha fatto la partita. In un centrocampo inguardabile hanno fatto meglio i subentrati, bene invece la difesa.
E allora guardi la classifica e ti viene da piangere, perché recita una condanna meritata da questa banda di ragazzi. La coperta è corta e i punti latitano, pesano come macigni. C’è voluto Zaniolo lontano dall’essere al meglio nella prima mezz’ora a suonare la carica, a prendere per mano la squadra, a correre, lottare e guidare l’assalto pur tra mille errori di misura. Finché le gambe hanno retto e la spinta propulsiva ha tenuto a galla la baracca, la difesa ha retto l’urto con ordine e dignità.
Ma sabato c’è la Roma. E a Roma, su quei prati che scottano, una prestazione così generosa, volenterosa, ma senza alcuna idea di gioco rischia di non bastare neanche per un pugno di mosche. Ci vuole ben altro fosforo, ben altra cattiveria sottoporta, perché i gialli e rossi non aspettano nessuno e la Serie A non fa sconti a chi sbaglia l’ultimo passaggio. L’Udinese c’è, vive, lotta, ma deve svoltare in fretta. Il campionato corre e la salvezza non si guadagna solo con le buone intenzioni.


