
Nella sera fredda di Udine, davanti a una di quelle platee che fiutano la nebbia e il disastro prima ancora che si alzi dai campi, si è consumata l’ennesima recita di un’Udinese che pare una finta squadra, un cantiere aperto nel vento dove i mattoni cadono a terra prima di trovare il cemento, mentre la Roma, sorniona e famelica come una vecchia volpe dei Navigli, s’è presa la gita in Friuli con la diligenza dei giorni di festa. Eppure la partita era iniziata quasi per burla, con i friulani che balbettavano un abbozzo di coraggio, salvo poi spegnersi alla prima folata giallorossa, molli e senza costrutto, buoni giusto per fare da sparring partner a un Cristante qualsiasi che, sfacciato come un gatto in dispensa, vede la maglia bianconera e sente il profumo del gol quasi fosse una cambiale in scadenza, sbloccandola dopo appena dieci giri d’orologio con un colpo di testa non proprio irresistibile che ha gelato il sangue della tribuna. Da lì in poi è stato un monologo da compitino svelto, un tiro al bersaglio che ha visto i giallorossi centrare un palo e una traversa prima di mettersi comodi sullo zero a due alla mezz’ora, giusto il tempo di ammirare l’ennesimo sbandamento di una difesa che balla il tango senza musica, trafitta subito dopo da Malen e calata nel poker prima dell’intervallo con Ndicka, a certificare una disfatta che a trentatré minuti dal fischio d’inizio puzzava già di sentenza definitiva e di pietra tombale su ogni velleità. Certo, la saggezza popolare di provincia recita che i punti per salvarsi non si debbano cercare contro i lupi di Roma, ma si buttino via nelle sagre di periferia contro Parma, Lecce e Cagliari, epperò prenderne quattro in un amen fa male alla retina e all’orgoglio, sebbene la ripresa abbia regalato un sussulto d’orgoglio con la fiammata di Zaniolo, accolta come un’iniezione di fiducia per il numero dieci e seguita dal bel sigillo di Palma, lampi nel buio di una notte fonda in cui la Roma ha comprensibilmente tirato i remi in barca, concedendo campo a un’Udinese un filo più brillante ma inevitabilmente condannata dal passivo prima del definitivo e rotondo due a cinque firmato nel recupero da Ghilardi. Ora la domanda che ronza sotto i berretti dei tifosi friulani lungo i viali della stazione non è nemmeno più se cambiare l’allenatore possa servire a qualcosa, che peggio di così parrebbe impresa da fachiri, ma perché non si sia fatto prima della sosta, dato che la rosa non si può mica smembrare e i singoli, presi uno a uno – da Palma ad Abankwah, passando per Ekkelenkamp, Davis e lo stesso Zaniolo –, avrebbero pure i numeri per far la loro figura, ma se messi insieme danno l’impressione di una compagnia di giro d’avanspettacolo senza copione, dove ognuno recita a soggetto e alla fine cala il sipario tra i fischi e la nebbia….insomma qualcosa s’ha da fare.


