
Sta a vedere che, a forza di voler trasformare degli onesti pedatori in mezzofondisti olimpici, abbiamo finito per smarrire il rito sacro della sfera. Il calcio di oggi, ahimè, somiglia sempre più a una sfilata di podisti sotto steroidi tattici, dove il muscolo ha preso il sopravvento sul cervello e, soprattutto, sul collo del piede. Nelle nostre lande, una volta fertili di estrosi e di “Euprepi”, si è smesso di insegnare il mestiere. I ragazzini, poveri cristi, vengono precettati fin dalla tenera età a coprire spazi, a scalare diagonali, a correre come levrieri dietro a un osso che non sanno più come accarezzare. Il Fondamentale è morto: Si predica la densità, ma si ignora il palleggio. L’ossessione del cronometro: Se un giovane sa stoppare a seguire, lo scartano perché non fa i cento metri sotto gli undici secondi. Bisognerebbe riportare i pargoli al muro, a colpire il cuoio finché il piede non diventa un’appendice sapiente della mente. Invece no: produciamo ginnasti che sbattono contro il pallone come fosse un corpo estraneo. Se non si torna a insegnare la tecnica individuale fin dai primi vagiti agonistici, finiremo per giocare un calcio di pura inerzia, noioso come una pioggia di novembre nella bassa.E poi c’è questo marchingegno, il VAR, che vorrebbe trasformare il fischietto in un notaio da ufficio del catasto. Ma sia chiaro: se dobbiamo accettare la tecnologia, che almeno ci sia data la trasparenza. L’audio del VAR deve essere pubblico e immediato. Non vogliamo le spiegazioni postume, i comunicati redatti col bilancino per salvare la faccia a questo o quel designatore. Vogliamo sentire il dubbio, il ragionamento, l’errore umano che si dipana tra i pixel. Altrimenti, il sospetto che dietro quei monitor si cucini una realtà a uso e consumo di qualcuno resterà sempre lì, a sporcare il rito della domenica.”Il calcio è musica, ma senza solisti capaci di accordare lo strumento, resta solo un rumore sgraziato di tacchetti.” E poi c’è un’ altra cosa che stà affievolendo la passione per questo sport, quale? C’era una volta la Domenica. Quella col maiuscolo d’ordinanza, intrisa di nebbie padane e profumo di minestrone, dove il rito si consumava nel volgere d’un pomeriggio, tra il fischio d’inizio delle quindici e il crepitare delle radioline che gracchiavano miracoli da campi lontani. Oggi, poveri noi, il calcio è diventato uno spezzatino indigesto, una vivanda riscaldata al microonde degli interessi televisivi, servita a fette sottili dal venerdì al lunedì, manco fosse un salame di Felino tagliato male.
Il fubàl, come mi piace chiamarlo, aveva un’anima e dei garretti solidi, ora è stato rapito dai mercanti del tempio. Non si gioca più per la gloria o per il campanile, ma per il palinsesto. Il tifoso, quel povero “Abatino” che ancora s’ostina a seguir la bandiera, si ritrova a dover consultare l’astrolabio per capire quando scenda in campo la sua compagine.
Venerdì sera: anticipo per chi ha fretta di fuggire.
Sabato: un rosario di partite spalmate come marmellata economica.
Domenica: un mezzogiorno di fuoco (per lo stomaco) e poi via, fino a notte fonda.
Lunedì: il posticipo del posticipo, roba da sonnambuli e scapoli impenitenti.
Il risultato? Una sazietà che sconfina nel disgusto. Se mangi caviale ogni ora, dopo un po’ rimpiangi una sana pagnotta con l’aringa. Il pubblico, quello vero, quello che ha le natiche svezzate sui gradoni di cemento, sta iniziando a dare segni di stanchezza. La passione non è un rubinetto che puoi tenere aperto, se manca l’attesa, manca il desiderio.
Oggi i ragazzi corrono come ossessi, per carità, ma sembrano pedine di un videogame governato da un algoritmo senz’anima. Manca il genio della zolla, manca il fango che nobilita la tenzone. Giocando sempre, si gioca peggio. I muscoli stridono, i cervelli si appannano e lo spettacolo ne risente, diventando una sequela di passaggini orizzontali che farebbero venire il latte alle ginocchia anche a un monaco tibetano.
”Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”, diceva qualcuno più colto di me. Ma se la messa la fai a tutte le ore, finisce che la chiesa resta vuota.
Il dio denaro ha preteso il sacrificio della ritualità. Ma stiano attenti, a forza di tirare la corda, si finisce per restare con un pugno di mosche e degli stadi che sembrano cattedrali nel deserto, buone solo per le inquadrature strette dei registi.


