
Jeju il massacro del 3 aprile
Ancora una denuncia dal grande incontro culturale
Il cinema di denuncia approda al Far East Film Festival con My name, un ‘opera coreana che fa rivivere il dramma quasi sconosciuto dell’isola di Jeju che ha sofferto 30 mila morti tra 1948 e 49, causa una spietata caccia agli avversari politici del regime coreano di quel tempo
Tutto comincio’ il 3 aprile.
La drammatica storia si intreccia con la vicenda personale di un adolescente che porta un imbarazzante nome femminile. (lui è uno dei nipoti della tragedia).
Nella scuola dove studia la violenza è feroce e continua, sembra quasi che questi giovani abbiano ereditato la tara dell’odio e del rancore per quegli avvenimenti accaduti anni prima.
Una donna che si finge madre del ragazzo, ma in realtà è la nonna, cerca di ricostruire quella tragedia vissuta da bambina, della quale ha ricordi confusi e traumatici.
Alla fine ritroverà I luoghi del dolore e della morte, mentre a pocha distanza da lei,scoppia l’ennesima rissa violenta tra compagni di scuola, Sembra che il regista voglia darci l’immagine di una lotta quasi catartica e definitiva per superare tutti gli odi e I rancori.
Ancora una volta per ripulire tutto… poi basta.
Il film si conclude con una danza tra i fiori dell’anziana che ha ritrovato il luogo della strage dalla quale è scampata, e balla sventolano un fazzoletto , in una gestualità, quasi a voler esorcizzare il male e la morte.
Quelle vittime sono lì omaggiate dalla sua danza liberatoria, nel cielo, nella terra, nei fiori, in pace, senza più timori di guerre e di persecuzioni.
Vito Sutto


