
C’è un momento preciso, nella storia recente del calcio italiano, in cui il giornalismo sportivo perde lucidità: quando Antonio Conte si arrabbia.
Accade sempre così. Conte sbatte una bottiglietta, alza il sopracciglio, scandisce una frase con la stessa dolcezza con cui un trapano demolisce il cemento armato — e immediatamente scatta il riflesso condizionato:
“È come Mourinho.”
No.
E non lo è per un motivo molto semplice: Mourinho non è un allenatore. È una categoria metafisica.
La conferenza stampa dopo Napoli-Como ne è stata l’ennesima prova indiretta. Conte furibondo, dita mostrate ai giornalisti, citazione del portoghese e tono da resa dei conti con l’universo. In quel momento moltissimi hanno creduto di assistere a una scena “mourinhana”.
In realtà stavano guardando il contrario: un uomo che pronuncia il nome di Mourinho per provare a evocare un’aura che non si può evocare.
Perché Mourinho non è imitabile.
Mourinho è un fenomeno metafisico.
Antonio Conte è un grandissimo allenatore.
Sì, partiamo da qui, per onestà intellettuale.
Organizzazione, lavoro, preparazione maniacale, schemi, ripetizione ossessiva del movimento sul lato debole, sincronizzazione dei quinti. Conte è il trionfo della disciplina. È l’ingegnere del calcio: costruisce squadre efficienti, ordinate, affidabili.
Mourinho no.
Le squadre di Mourinho non sembrano funzionare.
Funzionano “contro”.
Questa è la prima differenza sostanziale.
Quando una squadra di Conte si difende, si percepisce lo sforzo: linea bassa, scivolate, densità, fatica, uomini che si moltiplicano per coprire spazi. È difesa applicata.
Quando una squadra di Mourinho si difende, invece, accade qualcosa di inquietante: sembra avere il controllo della partita.
E non importa se ha il 28% di possesso palla.
Non importa se gli avversari tirano venti volte.
Hai sempre la sensazione che la partita stia andando esattamente dove vuole lui.
È una difesa assertiva: non subisce, concede.
La scena tipica di Conte:
minuto 80, partita in equilibrio, entra un difensore.
La scena tipica di Mourinho:
minuto 88, partita in equilibrio, entrano millemila attaccanti.
Non perché sia offensivo.
Ma perché è teatrale.
Il punto è questo: Mourinho non allena solo i giocatori. Allena la percezione della realtà.
Quando una sua squadra pareggia a pochi minuti dalla fine, non protegge il risultato. Lo provoca.
E infatti poi succede. Sempre.
Il gol arriva da un rimpallo, da una deviazione, da un errore avversario, da un episodio apparentemente casuale che però, curiosamente, accade con frequenza statistica incompatibile con il caos.
Conte costruisce probabilità.
Mourinho plasma il destino.
Qui sta la vera differenza, quella che rende quasi sacrilego il paragone.
Conte vince quando la squadra è la più forte o la più preparata.
Mourinho vince quando la squadra non dovrebbe vincere.
Porto 2004.
Inter 2010.
Roma 2022.
Non erano le favorite.
Non lo erano neanche lontanamente.
Eppure le sue squadre non sembravano outsider: sembravano inevitabili.
Questo è il punto fondamentale. L’allenatore bravo migliora la squadra. L’allenatore speciale altera la probabilità.
Le imprese di Mourinho non sono successi sportivi: sono cortocircuiti della logica calcistica.
Conte è un professionista itinerante.
Arriva, sistema, vince (spesso), si logora, lascia. È un generale in campagna militare permanente. Ovunque va, impone il suo metodo. Ma non rimane.
Mourinho no.
Mourinho non lascia la casa: edifica templi.
Porto lo venera.
Londra lo discute ma lo teme.
Milano lo custodisce.
Roma lo protegge.
Quando torna al Meazza, tutto lo stadio si alza in piedi . Non è riconoscenza: è devozione liturgica.
Non è un ex allenatore che torna: è il fondatore che rientra nel santuario.
Conte ha allenato l’Inter.
Mourinho ha abitato l’Inter.
E questa differenza è impossibile da spiegare con la tattica.
Ecco perché la frase pronunciata da Conte in conferenza stampa è significativa.
Quando un allenatore cita Mourinho per spiegare se stesso, sta compiendo un errore teologico: sta cercando legittimazione in un’entità che non concede eredità.
Mourinho non ha eredi.
Non perché sia irripetibile tecnicamente, ma perché è irriproducibile narrativamente.
Le sue squadre raccontano storie.
Le squadre di Conte raccontano progetti.
E il calcio, purtroppo per gli analisti tattici, vive di storie.
Antonio Conte è un grande allenatore moderno: prepara, organizza, ottimizza.
Rende le squadre migliori di quanto siano.
José Mourinho fa qualcosa di diverso: rende le squadre diverse da ciò che sono.
Una squadra di Conte gioca bene perché è allenata bene.
Una squadra di Mourinho gioca bene perché crede in qualcosa.
Per questo i suoi giocatori lo seguono ovunque, anche quando la carriera suggerirebbe prudenza. Non è fedeltà professionale: è adesione personale.
Non obbediscono a un tecnico. Seguono un comandante narrativo.
Il paragone, quindi, non è offensivo per Conte.
È semplicemente sbagliato.
Conte appartiene alla categoria dei grandi allenatori italiani: Capello, Allegri, tecnici che dominano la materia calcistica.
Mourinho appartiene a un’altra classificazione: quella degli eventi.
Il primo lavora sul calcio.
Il secondo lavora sul significato del calcio.
Per questo il gesto delle dita, la rabbia, la citazione — tutto ciò non avvicina Conte a Mourinho. Lo allontana. Perché Mourinho non ha mai avuto bisogno di citare qualcuno per spiegarsi.
Gli è sempre bastato vincere quando non era possibile.
Ecco perché, nel rispetto della logica sportiva, bisogna essere chiari.
Uno dei due è bravo.
L’altro è speciale.


