
Diciamolo subito, a scanso di equivoci e per amor di logica: il calcio è quel giuoco bizzarro dove i sogni si infrangono spesso contro un bicchiere di camomilla di troppo. La compagine di Runjaic, tecnico d’oltralpe dal piglio mitteleuropeo, si presentava all’ombra delle mura orobiche con la difesa rabberciata, costringendo il vate della panchina a inventarsi un’inedita linea di trincea. Accanto ai solidi Kabasele e Kristensen, spuntava tale Mlacic, mentre sulla corsia mancina riappariva il cursore Kamara, pronto a dar battaglia.
L’Atalanta, padrona di casa e maestra di palleggio, manovrava la sfera con la consueta baldanza, convinta forse di aver vita facile contro i nostri colori. Ma il calcio, si sa, non è roba per esteti da salotto. La difesa bianconera reggeva l’urto con sabauda fermezza finché, su un corner calciato da Zaniolo, il biondo Kristensen svettava come un antico dio del Nord: 1 a 0 e nerazzurri improvvisamente intontiti, come pugili suonati al primo round.
L’Udinese, lungi dal chiudersi nel solo “catenaccio”, raddoppiava addirittura con il prode Davis, trasformando il meriggio orobico in una fiaba friulana. Pareva un sogno, ma — ahimè — i sogni svaniscono all’alba del secondo tempo.
Mentre l’Atalanta negli spogliatoi pareva aver sorseggiato un tè corretto a dinamite, i nostri sembravano aver optato per una tisana soporifera. In un amen, la Dea ne infilava due, ristabilendo l’equilibrio e cercando il sorpasso con la bava alla bocca. Eppure, nel finale, il destino offriva ai bianconeri il colpo del K.O.: prima Ekkelenkamp e poi Buksa sciupavano la grazia ricevuta, strozzando in gola l’urlo del trionfo.
Si torna a casa con un punto, sia chiaro, che è grasso che cola. Una prestazione di nerbo che conferma la tempra di questa squadra, pur con qualche peccato di gioventù nel gestire il vantaggio. Resta il rammarico per quelle occasioni sfumate ed i punti persi, ma la truppa di Runjaic ha dimostrato che, quando non dorme, sa far tremare anche le grandi casate.


