
Sotto il cielo del Friuli, questa Coppa Italia ci regala novanta minuti di quel pallone terragno, un po’ fango e un po’ poesia per il derby del triveneto. Ha cominciato meglio il Venezia, va detto per dovere di cronaca e di onestà intellettuale: un avvio sbarazzino, lagunare, con la palla che scivolava morbida sulle caviglie dei centrocampisti e l’Udinese a fare la figura della bella addormentata nel bosco, lenta nelle scalate e svogliata nei raddoppi. Ma il calcio è dinamica di forze e di caratteri, e quando la truppa friulana ha deciso di scrollarsi di dosso la polvere e l’accidia, la partita ha cambiato spartito virando decisa verso un crescendo rossiniano di rara efficacia sportiva. In mezzo a questa contesa di muscoli e corsa, è salita in cattedra la figura monumentale di Abankwah: un gladiatore nero che dietro ha spazzato via ogni velleità veneta con la solennità di un senatore romano, trasformando l’area di rigore in una fortezza inespugnabile dove non è passato neppure il soffio del vento. Poi c’è stato il contributo di Rambo Gomez, semplicemente ottimo per tempismo, foga agonistica e capacità di spezzare il ritmo avversario con interventi che profumano d’antica provincia; e infine la storia assurda e bellissima di Bayo, perché quando un centravanti di tale stazza trova la giornata di grazia e sbatte dentro ben due gol, allora capisci davvero che in questo folle gioco tutto può succedere e che anche le leggi della fisica possono prendersi un pomeriggio di pausa. L’Udinese, insomma, ha iniziato malissimo e ha finito benissimo, con quella progressione travolgente che manda i tifosi a casa felici e lascia al Venezia soltanto il sapore amaro di un’illusione svanita alle prime ombre della sera.


