
I miracoli a Milano durano il tempo di un Campari, quindici minuti d’estasi pura per i friulani saliti fin qui con l’anima in spalla e le speranze incartate nel pane dell’osteria, perché la banda di Runjaić, sciancata dalle assenze e falciata dalle disgrazie, parte con la bava alla bocca ed erige un capolavoro di sfrontatezza balcanico-friulana piantando due pere da antologia nelle costole di un’Inter ancora addormentata nei suoi velluti, scatenando il panico nei palchi di San Siro e regalando ai propri tifosi il miraggio dorato di una serata divina, prima che la realtà si presenti al conto sotto forma di un biscione affamato che si sveglia di soprassalto, stropiccia gli occhi e raddrizza la baracca infilandone due in un amen; a quel punto l’Udinese, che pur avendo disputato un primo tempo di sublime fattura e persino sciupato un paio di occasioni per fare ancora più male, comincia a perdere colpi come un vecchio motore a scoppio, un film già visto in questo campionato dove ogni sconfitta porta con sé il medesimo, inesorabile rosario di gambe che tremano e teste che svaporano al momento di piantare i chiodi, trasformando la contesa in una solenne lezione di calcio in cui la Truppa friulana squaglia sia mentalmente sia fisicamente sotto il torchio nerazzurro, inghiottendo il boccone amaro di quel 5 a 3 inevitabile quando la nebbia nei polmoni e il divario di cilindrata trasformano una potenziale notte da leoni nel poetico tramonto dele illusioni


