
C’è una magia strana che si accende quando la grande storia della musica italiana incontra la maestosità della storia architettonica. È esattamente quello che è successo ieri sera nel cortile di Villa Manin a Codroipo, trasformatasi per qualche ora nel cuore pulsante di un’emozione collettiva che dura da sessant’anni.
Il meteo preoccupava tutti fin dal pomeriggio, ma l’energia del pubblico è stata più forte della pressione atmosferica: a pochi minuti dall’inizio dello show, la pioggia è passata lasciando spazio a una fresca e ventilata serata estiva.
Un abbraccio lungo tre generazioni
L’evento ha segnato l’unica tappa in regione del tour “POOH 60 – La nostra storia”. Sei decenni di musica sono un record assoluto per una band in Italia, e Roby Facchinetti, Dodi Battaglia, Red Canzian e Riccardo Fogli sul palco hanno dimostrato da subito un’energia che sfida il tempo.
La prima cosa che colpiva ieri sera, ancora prima che Roby Facchinetti facesse vibrare le tastiere o che la chitarra di Dodi Battaglia suonasse la prima nota, era lo sguardo del pubblico. Sotto il cielo del Friuli si è radunato un popolo transfrontaliero, arrivato anche dalle vicine Austria e Slovenia, ma soprattutto si è radunato un popolo senza età.
C’erano i ragazzi degli anni Sessanta e Settanta, quelli che custodiscono i vinili come reliquie; c’erano i loro figli, cresciuti a “pane e Pooh” durante i viaggi in macchina; e c’erano i nipoti, adolescenti che cantavano a memoria ogni singola parola di Uomini soli o Pensiero. Vedere questo passaggio di testimone emotivo tra genitori e figli, nonni e nipoti, è la risposta a chi si chiede quale sia il segreto di una band che festeggia sei decenni di attività. I Pooh non hanno scritto semplici canzoni: hanno scritto la colonna sonora delle nostre vite.
Non a caso, durante una pausa, Roby Facchinetti ha ringraziato il pubblico definendolo «la colonna portante della nostra storia». Questo scambio reciproco è ciò che definisce il vero successo di una band. Red Canzian ha poi aggiunto parole cariche d’affetto: «Grazie a voi che avete custodito e protetto il nostro sogno con la vostra presenza».
L’energia del palco e il battito del cuore
Lo show comincia ripercorrendo la storia della band con brani storici come Vieni fuori e In silenzio. Poi, un momento rivolto al cielo: attraverso le immagini sui maxi-schermi e le parole accennate sul palco, la band ha chiamato a sé Stefano D’Orazio e Valerio Negrini. In quell’istante, Villa Manin non ha tributato un semplice ricordo, ma ha sollevato un applauso infinito, dimostrando come le anime immortali dei Pooh continuino a vivere in ogni parola e in ogni nota attraverso le loro canzoni.
La parte centrale del concerto si è fatta più introspettiva. La complessità strumentale di Parsifal ha trasformato la dimora settecentesca in un anfiteatro rock progressivo, un momento altissimo molto apprezzato dal pubblico più ricercato.
Il finale della serata è stato, per i più, il momento più coinvolgente grazie alla tripletta Tanta voglia di lei, Dammi solo un minuto e al boato finale con Pensiero e Chi fermerà la musica. La platea, tutta in piedi, ha finalmente dato voce a tutta la gioia che questi brani portano con sé.
Sul palco, l’intesa tra Roby, Dodi, Red e Riccardo è quella di sempre, ma arricchita da una consapevolezza matura, quasi commossa. L’energia che sprigionano non è nostalgia: è vitalità pura. I grandi classici, riarrangiati per questa dimensione live, hanno dialogato alla perfezione con le mura storiche della dimora friulana, creando un contrasto tra antico e moderno di rara bellezza.
Una melodia che resta nella notte
Dopo i calorosi saluti degli artisti è tornato il silenzio, e la monumentale facciata della Villa si è riappropriata della sua quiete notturna.
È l’effetto di una notte che lascia il segno. I sessant’anni dei Pooh sono un traguardo unico nella musica italiana, ma ieri sera a Villa Manin abbiamo capito che quel numero, in fondo, è solo una convenzione.
Finché ci saranno notti così, finché ci sarà questa voglia di stringersi e cantare al cielo, la risposta alla loro domanda più famosa rimarrà stampata negli occhi di chi c’era: no, nessuno fermerà mai la musica.
Verena Marchesan

