
Ci sono giornate in cui il pallone, invece di rotolare pigramente tra i sassi e la polvere della cronaca, decide di farsi dardo e poesia, specie se tinto di quel bianconero che oggi profuma di nobiltà ritrovata. L’Udinese di Kosta Runjaić ha espugnato l’Isola con il piglio di chi non chiede permesso, toccando quella quota cinquanta che ai piedi del Castello di Udine mancava dai tempi in cui Francesco Guidolin, uomo di nebbie e biciclette, tracciava geometrie sacre.
S’è vista una partita a due facce, come un Giano bifronte che mastica tabacco. Nel primo tempo i friulani han fatto i furbi, o forse i saggi: una difesa corazzata, un catenaccio di quelli che avrebbero fatto luccicare gli occhi al mio vecchio amico del calcio vecchio, lasciando che i sardi sfogassero la loro foga senza costrutto. Poi, la metamorfosi. Dopo che il giovane Mlacjc e il capitano han tolto le castagne dal fuoco con due salvataggi sulla linea che han gridato al miracolo, i bianconeri si son ricordati che, nel gioco del calcio, se non la butti dentro resti a guardar le stelle.
E allora ecco Buksa: un gol da centravanti d’area, un rapinatore di sentimenti che ha incornato la palla come Dio comanda, ricordandoci che il mestiere del gol non è ancora roba da algoritmi. E non paghi, i nostri hanno raddoppiato con Gueye, servito da un Davis in versione maggiordomo di lusso, autore di un assist così baciato dal talento che pareva scritto da un poeta crepuscolare. Peccato per quel nervosismo finale, quelle ubbie razziste contro Davis che sanno di fiele e ignoranza, macchiando una domenica che doveva essere solo di festa. Ma dopo novantotto minuti di battaglia, il fischio finale ha sancito il ritorno a casa con tre punti in saccoccia e la consapevolezza che questa Udinese, tra un bicchiere di tocai e una parata sulla linea, ha ripreso a parlare la lingua dei grandi. Cinquanta punti: roba da togliersi il cappello e ordinare un altro giro per tutti.


