
Sul prato verde del Friuli, dove il vento spesso porta l’eco di battaglie antiche, sbarca Paolo Zanetti, un timoniere dal piglio fiero e dall’ostinata ambizione, chiamato a scolpire un’Udinese nuova e ruvida come la pietra carsica. Non c’è spazio per le elucubrazioni sterili nel breviario di questo tecnico, che a Udine probabilmente dovrà affidare le sue fortune anzitutto alla sacra muraglia di una difesa a tre, baluardo d’acciaio pensato per arginare le piene avversarie e restituire sicurezza a un reparto smarrito. Eppure, sotto la scorza del pragmatismo più intransigente, pulsa un’anima mobile e camaleontica, capace di mutare abito tattico con la naturalezza di un attore consumato, alternando la densità del tre-cinque-due alla spregiutezza di soluzioni che esaltano il talento puro tra le linee. È un calcio che domanda polmoni d’acciaio e coraggio sfrontato, dove i quinti di fascia devono divorare i chilometri come lupi affamati per garantire ampiezza e respiro alla manovra, mentre i trequartisti danzano sul filo dell’imprevedibilità alla ricerca dell’intuizione risolutiva. Ma la vera alchimia che Zanetti anela a compiere non risiede soltanto nei numeri disposti sulla lavagna, bensì nel profondo dell’animo dei suoi ragazzi, chiamati a ritrovare quell’aggressività agonistica e quel sacro furore competitivo senza i quali nessun pallone può rotolare verso la gloria e che sembra smarrito. Ecco dunque delinearsi il ritratto di un’Udinese che ci auguriamo non chieda permesso, pronta a verticalizzare il gioco con la fulminezza di un lampo per servire il gigante dell’attacco e a lottare su ogni zolla di terreno con la fierezza indomita di chi non accetta la resa. Non aspettiamoci miracoli ma impegno e voglia, poi almeno capiremo le conferenze stampa.


