
Piove sul Friuli, o almeno così pare a veder questa Udinese che sgambetta in campo come un puledro zoppo, un ircocervo pallonaro che si trascina dietro i propri fantasmi e una nebbia fitta fitta che manco in Val Padana a novembre. Oggi la posta è di quelle che scottano, di quelle che fanno tremare i polsi e svuotare le cantine dalla disperazione: punti salvezza pesanti come macigni, roba da far venire i capelli bruni a mister e dirigenti. Ma Brera lo insegnava: al pronti-via si capisce subito come gira il fumo. E il Lecce, signori miei, c’è. Eccome se c’è, svelto, affamato, organizzato come una prima classe del ginnasio che sa già la lezione a memoria. L’Udinese, invece, sembra ancora inchiodata sotto l’ombrellone, dispersa in un ritiro estivo che non finisce mai, slegata, priva di capo e di coda, una vera e propria mandria senza pastore. Non basta di certo l’ingresso del blasonato Alaba, uno che i piedi li ha buoni davvero, di quelli che vellutano la sfera come un bignè alla crema, perché la retroguardia fa acqua da tutte le parti, un vero e proprio colabrodo che imbarca da poppa a prua, e qui viene da domandarsi con l’amaro in bocca: ma perché, Santo Cielo, Ebosse dal primo minuto e non Palma, che almeno ha il tempo d’interdizione calibrato sul metronomo? Sta di fatto che a metà primo tempo i salentini ne hanno già piantati due nella porta bianconera, e ringrazino i cieli perché potevano essere tre o quattro, una vera e propria grandinata di gol sfiorati. Nella ripresa, giusto nei primissimi scampoli, i friulani abbozzano un sussulto d’orgoglio e trovano pure la via della rete, ma il Var, implacabile come una cambiale in scadenza, strozza l’urlo in gola per un fuorigioco millimetrico che sa di beffa atroce. Il Lecce, dal canto suo, continua a infuriare come una tramontana e se ne divora altri tre, graziando i padroni di casa anche perché Okoye, dopo aver incassato due pappine tutt’altro che esenti da colpe, diciamo pure che ci ha messo del suo con la grazia di un elefante in cristalleria, a un certo punto si ricorda improvvisamente di fare il portiere di mestiere e comincia a parare pure le mosche, inventandosi miracoli da circo equestre, come ha provatoa fare Runjaić mettendo vari giocatorifuori ruolo. Il terzo gol giallorosso, quello che chiude la pratica, non fa ormai più testo se non per certificare che la panchina di casa scotta eccome, roba da farsi venire le ustioni di terzo grado. Udinese ferma come il Tocai, quinta sconfitta consecutiva, una serie nera che pesa come un macigno sullo stomaco dei tifosi, una di quelle che lascia, come canta Vasco, Senza Parole e non c’è tempo per piangersi addosso perché alla prossima c’è il Milan ad attendere i bianconeri al varco, pronto a sferrare l’ennesimo assalto. L


