
Le ferie son venute e se ne sono andate con le loro valigie di cartone e le promesse da marinaio, ma al Friuli pare ancora mezza estate, di quelle che la sera ti lasciano addosso una gran voglia di limonata fresca e pochissimi concetti intelligenti. Di gran pallone, intendiamoci subito per evitare equivoci contabili, neanche l’ombra: in compenso ci si scambia parecchia legna da ardere. I bianconeri di casa ci mettono una certa generosa garra friulana, senza mai ritirare l’arto, mentre i giovanotti della capitale pestano con la grazia solenne e pesante dei fabbri ferrai di periferia, agevolati da un fischietto assai distratto, di quelli che con la nebbia o col sole vedono sempre e solo quello che gira loro in testa. Ne fa le spese la truppa di casa prima dell’intervallo: Piotrowski e Solet finiscono al centro medico a rinfrescarsi e dentro vanno Miller e Kabasele, il quale ultimo va a posizionarsi al centro della trincea difensiva, ovvero esattamente dove persino un gatto bendato lo avrebbe piazzato fin dal primo minuto. Alla ripresa delle ostilità, dentro il bomber Bayo per il Gomez di giornata e, col sapore del tè ancora ad asciugare sulle labbra, accade l’imprevedibile: il buon Davis indossa la felpata marsina dell’assistman d’alta scuola e serve un cioccolatino che il signor Capitano spinge dentro con la precisione di chi non vuole pagar dazio. Finita qui? Nemmeno per sogno, perché la Lazio si risveglia dal sonno dei giusti e pareggia la contabilità mentre l’Udinese si adagia a contemplare il paesaggio come in una gita domenicale. Poi esce Davis — sperando ardentemente per lui e per la patria che fosse solo questione di polmoni e non di legamenti — e lì la luce si spegne del tutto: davanti non si batte più un chiodo, mentre di là la Lazio fiuta il sangue. Un’uscita palla al piede di Vojvoda, da iscrivere d’autorità al catalogo dei delitti contro la logica calcistica, regala agli ospiti la palla del definitivo sorpasso. Una partita letteralmente buttata nel Cormor, con le riserve che hanno impietosamente dimostrato come la coperta, a tirarla un po’ troppo, lasci sempre i piedi irrimediabilmente scoperti. Alla fine fischi friulani e tante preghiere per il futuro perché le idee ci sono ma non bisogna regalare troppo…


