
Inesplorato territorio per Josef Nadj e Ivan Fatjo che vogliono farci riflettere sul corpo e sul suo movimento nello spazio non trascurando tutte le varie possibilità di gestualità e di espressione.
Provocatorio ed ironico lo spettacolo propone i due artisti alle prese con il sé e il suo raddoppiamento.
Le musiche di John Cage la maschera la, trasformazione dei loro corpi sono gli ingredienti di questo ritorno dei due attori al Mittelfest.
I due danzano scomponendosi e ricomponendosi usando le mani come indicatori e tracciando ipotetiche figure nello spazio, strane e improbabili.
Il gesto dei due pare essere messo in moto da un inconscio che sembra indicare le possibilità di riconquistare un ruolo unico, un ‘identità che viene cercata ma temuta.
È qui che entra in gioco il motivo conduttore del Festival, la paura.
I due io temono l’io unico, La pluralità ha il terrore dell’ unicita ‘.
Così la rincorsa monistica si scontra con il globale.
Ne emerge una lotta che nel suo sviluppo esalta i due corpi, li fa palpitare tra consapevolezze e incertezze sul perché della diversità.
I dialogues in the dream non prevedono La parola ma solo la musica.
Certo anche il gesto interrogativo, occupa lo studio dello spazio che osserva e fa osservare, un corpo che si raddoppia per una ispirazione Zen.
Il sogno dialoga, esplora, vive e muore, senza mai scoprire la, solidarietà che dovrebbe rimanere fine ultimo… Dovrebbe.
Vito Sutto


