
Credo che questi Mondiali USA 2026 passeranno alla storia per diversi motivi: l’assenza della nostra Nazionale, l’ultimo valzer di due leggende come Messi e Cristiano Ronaldo, l’ascesa del giovane Yamal e l’inattesa eliminazione agli ottavi di alcune big favorite. Ma questo, si sa, fa parte del gioco.
Ciò che invece lascia l’amaro in bocca sono le parecchie “stranezze” – per usare un eufemismo – a cui abbiamo assistito, spesso figlie dell’incompetenza dei direttori di gara. Da un torneo di questa caratura ci si aspetterebbe il meglio in circolazione, ed è evidente che sulla classe arbitrale andrà fatta un’attenta riflessione a bocce ferme.
Che nel Mondiale americano entrasse a gamba tesa persino la Casa Bianca, però, non me lo sarei mai aspettato. Riassumiamo brevemente cosa sta accadendo.
Il Fatto
Durante il match dei sedicesimi di finale tra Stati Uniti e Bosnia, l’attaccante americano Folarin Balogun riceve un cartellino rosso diretto dall’arbitro Raphael Claus. Regolamento alla mano, l’espulsione prevede lo stop immediato per la partita successiva: l’ottavo di finale contro il Belgio.
Tuttavia, con una decisione lampo e senza precedenti moderni, la Commissione Disciplinare della FIFA accoglie il ricorso degli Stati Uniti e sospende la squalifica, permettendo al giocatore di scendere regolarmente in campo.
Lo Scontro dei Regolamenti
La revoca della squalifica poggia su un profondo conflitto tra diverse norme del regolamento interno:
- L’Articolo 27 del Codice Disciplinare FIFA (Norma Generale): Consente agli organi giudicanti della Federazione di sospendere, in tutto o in parte, l’applicazione di una sanzione introducendo un “periodo di prova” (in questo caso di un anno). La FIFA non ha cancellato il rosso, ma ha congelato la pena: se Balogun righerà dritto per 12 mesi, la giornata di stop non verrà mai scontata.
L’Opposizione
Il Belgio e gli organi calcistici europei (UEFA) hanno immediatamente alzato le barricate, evidenziando come l’Articolo 27 non potesse essere applicato in virtù di due norme specifiche e tassative:
- L’Articolo 66.4 del Codice Disciplinare FIFA: Sancisce che chiunque riceva un cartellino rosso diretto viene automaticamente sospeso per la partita successiva della propria squadra, a prescindere da ulteriori indagini o sanzioni aggiuntive.
- L’Articolo 10.5 del Regolamento del Mondiale FIFA (Norma Speciale): Specifica che, nella bolla competitiva della Coppa del Mondo, la squalifica automatica deve essere scontata immediatamente nel match successivo, senza possibilità di rinvio.
Il principio giuridico violato: Nel diritto (anche in quello sportivo), la norma speciale prevale sempre sulla norma generale. Il regolamento del Mondiale e l’automaticità del rosso avrebbero dovuto scavalcare qualsiasi sanzione condizionale. La FIFA, invece, ha ribaltato questa gerarchia.
Le Pressioni Politiche
Il caso ha smesso subito di essere una semplice questione di campo per trasformarsi in un delicato caso diplomatico. Gli Stati Uniti sono il Paese ospitante e la perdita della loro stella d’attacco, prima di una partita da dentro o fuori, avrebbe compromesso i massimi interessi economici e di audience nel mercato nordamericano.
Secondo indiscrezioni sempre più insistenti, dietro la decisione della FIFA ci sarebbe stata una fortissima pressione politica. Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, avrebbe effettuato diverse telefonate dirette al numero uno della FIFA, Gianni Infantino, chiedendo esplicitamente di sanare quella che considerava “una grande ingiustizia” pur di non penalizzare la nazionale di casa.
Il Precedente Storico: Garrincha (Cile 1962)
Prima di Balogun, in oltre novant’anni di storia della Coppa del Mondo, un cartellino rosso era stato aggirato una sola volta: nel 1962, a favore del Brasile.
All’epoca si sfruttò un clamoroso vizio di forma. Il guardalinee (unico testimone del fallo di reazione della stella brasiliana) fu fatto “sparire” misteriosamente prima che potesse firmare il rapporto ufficiale, rendendo inefficace il provvedimento per la finale contro la Cecoslovacchia.
Se nel 1962 si trattò di un furbesco insabbiamento burocratico, oggi la FIFA ha fatto qualcosa di più pericoloso: ha utilizzato una norma secondaria del proprio codice per scavalcare l’indipendenza del giudice di gara e la certezza della pena. Un precedente rischioso che mina la credibilità stessa dello sport.
Ora la parola passa al campo: resta da vedere se il pallone farà giustizia da sé o se finirà per piegarsi al peso della Casa Bianca.
Verena Marchesan


