
C’è un fenomeno strano che accade in Italia ogni volta che la Serie A si ferma e i campioni svestono le maglie a strisce per indossare l’Azzurro. È come se il Paese intero si mettesse in pausa, lasciando per un attimo le divisioni feroci della domenica.
In questi giorni, mentre l’Italia del ct Gattuso si gioca il destino mondiale, quel brivido lungo la schiena torna a farsi sentire, unendo chi il calcio lo mastica ogni giorno e chi, di solito, non saprebbe distinguere un fuorigioco da un calcio d’angolo.
Ma perché anche chi non è tifoso dichiara con orgoglio di esserlo quando gioca la Nazionale? La risposta non è tecnica, è viscerale. La maglia azzurra non è una divisa sportiva; è un sentimento di appartenenza.
È il ricordo delle piazze in festa, delle ‘notti magiche’ che profumano di bandiere appese ai balconi e di quel senso di comunità che solo lo sport sa regalare.
In un’epoca in cui tutto sembra dividerci, l’Azzurro è l’unico colore che non crea fazioni. Vedere persone con fedi calcistiche opposte, sedersi allo stesso tavolo, andare allo stadio senza distinzione di curva, e soffrire per lo stesso pallone è il miracolo laico del nostro Paese. In quei novanta minuti, sparisce la rivalità e resta solo un “noi”.
La Nazionale di oggi è un cantiere di sogni. C’è l’entusiasmo dei nuovi innesti, come il giovane Marco Palestra,che con la sua freschezza rappresenta quella voglia di futuro che tutti condividiamo e la solidità del nostro capitano Donnarumma. Ma c’è anche il peso delle scelte difficili.
Fa rumore, in questi giorni, e dispiacere per noi tifosi dell’Udinese, l’assenza di Nicolò Zaniolo. Il “grande escluso” non è solo un nome sulla lista; è il nostro simbolo per la Nazionale. Ha quel talento tormentato che vorremmo sempre vedere splendere.
Non averlo in campo, nonostante l’ottima stagione che sta vivendo, e la rinascita personale che sta vivendo a Udine, lascia un po’ il senso di incompiuto.
Il ct ha dichiarato di aver preferito il gruppo: per uno che deve vincere sembra un debole ripiego.
Noi tifiamo per il suo ritorno, perché Zaniolo è un po’ come tutti noi: capace di cadute rovinose e rinascite spettacolari. La sua esclusione però ci ricorda che la Nazionale è fatta di uomini, di momenti e di quella disciplina che il calcio professionistico richiede. Ma è solo un ritardo.
Dopo la vittoria per 2-0 di ieri sera contro l’Irlanda del Nord a Bergamo, firmata da Tonali e Kean, ci aspetta la notte della verità: martedì 31 marzo a Zenica, contro la Bosnia. Sarà una gara secca che concentra paure e speranze di un’intera nazione.
Ma questa sfida ha un sapore diverso: c’è una generazione di bambini, i nostri figli sotto i dieci anni, che non ha mai visto l’Italia partecipare a un Mondiale.
Per loro, la Coppa del Mondo è un racconto degli adulti, una leggenda sbiadita in filmati sgranati o nei racconti di papà e nonni. Dobbiamo giocare per dare a loro quel sogno, per far sì che quel “noi” diventi anche un po’ loro, e diventi una realtà da vivere correndo in strada con una bandiera tricolore sulle spalle.
Non importerà chi segnerà o quale modulo verrà scelto. Ciò che conterà sarà quel milione di sguardi incollati allo schermo, quel silenzio prima di un calcio di rigore e l’urlo liberatorio che, per un istante, ci farà dimenticare tutto il resto.
Perché alla fine, in quei novanta minuti, non siamo più spettatori: siamo tutti parte della stessa, incredibile squadra.
Verena Marchesan


