
LECCE — Sotto il sole abbacinante del Salento, abbiamo assistito alla fiera del regalo, un banchetto imbandito dai bianconeri friulani a beneficio di un Lecce famelico che, pur senza eccellere in pedate d’autore, ha incamerato tre punti pesanti come macigni.
L’Udinese di messer Runjaic è parsa oggi una compagine di anime belle smarrite nel deserto. Più che una difesa, quella friulana è parsa un colabrodo gestito da difensori balbettanti, capaci di errori così marchiani da far sussultare i numi del calcio. Regalare la vittoria a chi non vinceva tra le mura amiche da tempi immemori non è solo cortesia, è puro suicidio tattico.
Il tecnico Runjaic ci ha messo del suo con sostituzioni che definire cervellotiche è puro eufemismo. Se alcune erano dettate dalla malasorte, altre sono parse veri e propri deliri strategici.
Gueye: Il ragazzo, povero cristo, vaga per il campo come un turista senza bussola capace di danni clamorosi. Allo stato attuale delle cose, la Serie A per lui è un abito di tre taglie più grande: meglio mandarlo a farsi le ossa in tornei meno feroci.
Una linea offensiva così anemica che non avrebbe spaventato nemmeno una retroguardia di dopolavoristi.
In un match dove il pareggio sarebbe stato accolto come oro colato — non per meriti propri, ma per demeriti altrui — l’Udinese ha scelto la via dell’autoflagellazione. Se la retroguardia mette paura e l’attacco non punge, il destino è segnato. Il Lecce ringrazia e banchetta sulle spoglie di una squadra che oggi, di bianconero, aveva solo la maglia e non certo il piglio guerriero.


