IL MARESCIALLO LUCA BARISONZI, UN EX BERSAGLIO CHE TIRA AL BERSAGLIO

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Nel mese di settembre milioni di ragazze e ragazzi di età compresa tra i 6 e i 19 anni ritornano sui banchi di scuola, alcuni continuano un ciclo di studi, altri lo iniziano; mentre preparano gli zaini con il materiale per il nuovo anno scolastico, probabilmente non tutti hanno le idee chiare sul loro futuro, su quello che vorrebbero fare “da grandi” e sul percorso che dovranno intraprendere per raggiungere i loro obbiettivi. In particolare, quelli che stanno per concludere un ciclo hanno davanti a sé una quantità di scelte, spesso decidere non è facile, ma poterlo fare in piena libertà è veramente importante, sebbene non tutti i ragazzi lo capiscano subito; un adolescente che senz’altro l’aveva compreso bene è Luca Barisonzi, oggi trentaduenne.

A soli quindici anni, in procinto di decidere se e come continuare gli studi, questo ragazzo di Gravellona Lomellina (PV) si sentiva libero di autodeterminarsi e si chiedeva da dove arrivava questa grande possibilità; i libri di storia gli insegnavano che nel corso dei secoli molti uomini valorosi si erano battuti per conquistarla, spesso a costo della loro stessa vita. Quale miglior modo per ringraziarli, se non provare a seguire il loro esempio mettendosi a servizio del nostro Paese con coraggio, abnegazione e spirito di sacrificio?

Così nel 2008, ad appena diciott’anni, Luca lasciò la famiglia per indossare l’uniforme e arruolarsi nell’Esercito Italiano, più precisamente nell’8° Reggimento Alpini (Battaglione Tolmezzo), di stanza a Venzone (UD); dopo due anni di “gavetta”, acquisito il grado di Caporal Maggiore, il giovane partì con i suoi commilitoni alla volta dell’Afghanistan, teatro della sua prima missione. Giunse a destinazione nel settembre 2010 e per oltre tre mesi svolse onorevolmente le attività di sorveglianza e controllo del territorio che gli erano state assegnate; in quel fatidico giorno, il 18 gennaio 2011, il suo compito era quello di sorvegliare l’area intorno alla valle di Bala Murghab, un villaggio a circa 170 km dalla capitale Herat. Si trovava su una delle numerose colline che caratterizzano la zona, insieme a lui c’erano gli uomini della sua squadra e alcuni soldati afghani, ovviamente anch’essi in uniforme; quando uno di loro gli si avvicinò, Luca Barisonzi non poteva certo sospettare che si trattasse di un infiltrato, come invece si scoprì qualche tempo dopo.

Improvvisamente l’uomo afghano aprì il fuoco, colpendo Barisonzi per due volte (in maniera talmente grave da renderlo tetraplegico) e uccidendo sul colpo il suo commilitone Luca Sanna, un trentatreenne originario della Sardegna; degli attimi immediatamente successivi, Barisonzi non ricorda nulla, sa solo di essersi risvegliato nell’ospedale di Ramstein, in Germania, circondato da medici che dipingevano per lui un futuro piuttosto nero, nel quale probabilmente sarebbe rimasto sdraiato su un letto e attaccato a un respiratore, con la possibilità di muovere soltanto la testa e le spalle.

È superfluo dire che una prospettiva simile non è allettante per nessuno, men che meno per un ragazzo di 21 anni; tuttavia, è forse proprio l’incoscienza dell’età ad aver spinto Luca a sfidare la realtà nella quale sembrava essere bloccato, a non credere alle parole che sentiva pronunciare dai medici e a lottare con tutte le sue forze per cercare di migliorare la propria condizione fisica, modificando almeno in parte la diagnosi.

Così il Caporal Maggiore (nel frattempo transitato nel cosiddetto Ruolo d’onore, dove attualmente ricopre il grado di Primo Maresciallo) iniziò appena possibile un percorso intensivo di riabilitazione, che continua ancora oggi; grazie alla fisioterapia, Luca ha gradualmente recuperato l’uso delle braccia e ha potuto riconquistare parte della sua indipendenza, almeno per compiere piccoli gesti quotidiani quali aprire una porta, usare autonomamente il cellulare, accendere e spegnere la televisione, lavarsi denti o abbracciare sua figlia Bianca.

Bianca è probabilmente il dono più grande che il Maresciallo abbia ricevuto nella sua seconda vita; la sua nascita gli ha dato indubbiamente una grande forza, spingendolo a impegnarsi ogni giorno di più per cercare di superare i propri limiti, semplicemente per riuscire ad esserci per lei, facendole sentire la sua presenza e il suo amore anche fisicamente. Sin dal primo giorno, Luca e Bianca hanno avuto un rapporto straordinario, nel corso degli anni la bambina ha imparato a “prendere le misure” del suo papà, crescendo ha capito dove Luca poteva arrivare e dove invece era lei a dovergli andare incontro; da parte sua, Luca è diventato sempre più consapevole che i limiti risiedevano principalmente nella sua testa. L’episodio che forse più di ogni altro gliel’ha fatto capire è avvenuto quando la bimba aveva circa due anni e mezzo: proprio in quel periodo Luca si chiedeva se e quando sarebbe finalmente stato in grado di prenderla in braccio e… PUFF, come per magia Bianca si trasformò in uno scoiattolino e si arrampicò agilmente sulle sue ginocchia, fino a salirgli in grembo! Da allora padre e figlia si sono sempre incontrati a metà strada, costruendo giorno dopo giorno la loro normalità.

Oggi la quotidianità di Luca non è rallegrata solo dalla presenza di Bianca, anche lo sport contribuisce a rendere la sua esistenza piena e degna di essere vissuta, seppure in carrozzina; da persona attiva e sportiva quale era prima dell’incidente, nel periodo iniziale della sua vita “su ruote” Luca passò molto tempo a chiedersi che sport avrebbe mai potuto praticare da tetraplegico. Qualche anno più tardi, tra il 2017 e il 2018, il Gruppo Sportivo Paralimpico della Difesa gli fece conoscere il tiro a segno, una disciplina che richiede molta concentrazione e pone chi la pratica in una continua sfida con sé stesso, per cercare di gestire le proprie emozioni tiro dopo tiro, mantenendo la calma e il sangue freddo necessari per giungere ogni volta alla perfezione, o quantomeno per tentare di avvicinarcisi.

Il primo approccio di Luca con il tiro a segno con la carabina non è stato facilissimo; infatti, pur essendo rimasto subito affascinato da questo sport, prima di poterlo praticare seriamente e continuativamente, anche a livello agonistico, ha dovuto lavorare parecchio sulla sua resistenza fisica. La posizione di tiro è molto diversa da quelle che tiene normalmente sulla carrozzina, quindi i primi allenamenti erano per lui veramente stancanti, al punto che non duravano mai più di venti minuti; grazie a una preparazione atletica mirata, con il tempo i suoi muscoli si sono irrobustiti e la sua capacità di mantenere la posizione è sensibilmente migliorata, tanto che oggi riesce ad allenarsi anche per quattro o cinque ore consecutive.

Così due anni fa, al termine di un percorso propedeutico molto lento e graduale, si è inserito a pieno titolo tra le “nuove leve” di questo sport e nel dicembre scorso ha già intascato un ottimo sesto posto ai campionati invernali di Bologna, ai quali peraltro arrivava da sfavorito; per lui si è trattato di un’esperienza motivante ed emozionante, soprattutto perché si è ritrovato a competere con gli atleti che fanno parte della Nazionale. Questo primo risultato importante gli ha dato la giusta carica, spronandolo ad allenarsi ancora di più per cercare di arrivare in perfetta forma ai campionati italiani, che si disputeranno sempre a Bologna il prossimo 22 settembre; in queste gare il suo obbiettivo sarà quello di dare del filo da torcere agli avversari, impressionandoli e facendo loro capire che ben presto potrebbe avere tutte le carte in regola per indossare la loro stessa divisa.

Sperando che in un prossimo futuro Luca riesca effettivamente a coronare questo suo sogno sportivo, possiamo sicuramente affermare che comunque ha già vinto la sfida più grande, quella di costruirsi una nuova vita partendo dagli spari, dal sangue e dalla polvere dell’Afghanistan; in questi undici anni non si è mai risparmiato e seppur con molta fatica è riuscito a riconquistare una certa autonomia, passando dall’essere un bersaglio all’essere colui che il bersaglio lo colpisce, spesso centrandolo! In conclusione, la storia di questo giovane e valoroso Alpino ci insegna che non bisogna mai arrendersi di fronte alle difficoltà, ma occorre piuttosto imparare ad accettarle e ad accoglierle come nuove sfide, dietro alle quali si celano quasi sempre grandi opportunità di crescita personale, perché in fondo è proprio attraversando le asperità che si giunge alle stelle, per aspera ad astra avrebbero chiosato i Latini.

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