NON SIAMO ETERNI BAMBINI O SUPEREROI: SIAMO DISABILI, SEMPLICEMENTE NOI!

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Sembra impossibile, ma siamo già arrivati a fine luglio… Come tutti i mesi di quest’anno e la maggior parte di quelli dell’anno scorso, per me è stato un mese molto stressante e psicologicamente logorante, fatta eccezione per la settimana dal 17 al 24, che ho trascorso in ferie in Val di Non riuscendo a rilassarmi un po’. Ormai da troppo tempo non ho certezze e ho la sensazione di vivere nel limbo, in un presente fluido, sospeso tra un passato dai contorni sbiaditi e un futuro dai tratti confusi e indefiniti.

In sintonia con il mio stato d’animo, l’articolo di questo mese sarà diverso dai precedenti: nessuna storia di disabilità positiva e propositiva, piuttosto una riflessione sul modo in cui oggi i disabili vengono “percepiti” dai cosiddetti normodotati, almeno stando a quanto vivo quotidianamente sulla mia pelle; quello che scriverò in quest’articolo probabilmente non varrà per tutti e certamente non sarà una verità assoluta, si tratterà semplicemente di uno spaccato di mondo visto dalla mia prospettiva, quella di una trentottenne con disabilità motoria che ha faticato parecchio per raggiungere un discreto livello di autonomia e a questo punto vorrebbe solo una vita “normale”. Vabbè, qui si potrebbe aprire una grandissima parentesi sul concetto di normalità, ma lasciamo perdere, sono sicura che ci siamo capiti!

Al giorno d’oggi i disabili come la sottoscritta, che per fortuna non sono affetti da patologie talmente gravi da precludere loro una partecipazione attiva allo sviluppo della società in cui vivono e che riescono ad autodeterminarsi, sono spesso ritenuti dei supereroi: ogni loro azione o decisione (anche la più banale, come ad esempio andare in vacanza senza genitori o parenti al seguito, ma avvalendosi comunque di un servizio di assistenza in loco) è reputata un atto di coraggio; ogni attività che esula dall’ordinario, quale ad esempio la pratica di una disciplina sportiva a qualsiasi livello, viene considerata una grande impresa, che diventa quasi epica se portata a termine con successo.

Agli occhi dei normodotati, il “disabile supereroe” è colui che infrange lo stereotipo del disabile destinato a non crescere mai, a rimanere un eterno bambino bisognoso delle cure altrui, un essere privo di personalità propria, incapace di pensare e di esprimere opinioni; conoscere un “disabile supereroe” fa tendenza, ma entro un certo limite, oltrepassato il quale è meglio che il disabile torni a starsene zitto e buono, pronto ad accettare tutto senza lamentarsi. Eh già, perché se solo si azzarda a mostrarsi per quello che è, ad agire come una persona che oltre a una sedia a rotelle possiede anche un carattere, ecco che diventa subito un soggetto scomodo, dal quale occorre prendere le distanze.

Ci si dimentica in fretta delle sue “imprese”, delle volte in cui lo si considerava un essere speciale e un esempio da seguire; all’improvviso questo supereroe si tramuta in una palla al piede, una zavorra dalla quale è opportuno liberarsi quanto prima, onde evitare di venire risucchiati nel suo mondo. Dopotutto, perché rischiare di rovinarsi l’esistenza stando appresso a chi per vivere la quotidianità deve faticare il doppio rispetto agli altri, a chi tra i suoi geni ha il sacrificio e la rinuncia, a chi da sempre è abituato a lottare per ottenere ciò che gli spetta, ben sapendo che nulla gli è dovuto e che nulla gli verrà mai regalato?

Non ci crederete, ma la risposta è molto semplice: se sarete tanto coraggiosi e temerari da azzardarvi a rischiare, scoprirete che la disabilità è una condizione necessaria ma NON sufficiente per definire una persona; in altre parole, io ho una disabilità (così come ho i capelli corti, gli occhi chiari e le orecchie “a sventola”), ma non sono la mia disabilità! Non nego che il mio handicap abbia contribuito a plasmare il mio carattere, rendendolo probabilmente più rigido e spigoloso rispetto a quello della maggior parte dei normodotati che conosco, tuttavia ritengo di avere molti pregi e difetti non direttamente ricollegabili ai miei problemi fisici.

Questo per dire a voi normodotati che nel rapportarvi con una persona disabile dovreste cercare di considerarla nella sua interezza, senza lasciarvi “ingannare” dalla sua particolare condizione di vita; certo, l’empatia e la compassione sono sempre apprezzate e non dovrebbero mai mancare, però occorre vigilare affinché non sfocino nel pietismo, che purtroppo sembra non essere ancora passato di moda. Soltanto quando il pietismo e l’abilismo (un atteggiamento che si colloca all’estremo opposto, ma che forse è ancor più deleterio per la società civile) cesseranno di esistere, si potrà veramente parlare di inclusione e noi disabili saremo finalmente liberi di scrollarci di dosso i vestiti troppo stretti degli eterni bambini o quelli troppo ingombranti dei supereroi, avremo finalmente il diritto e l’opportunità di essere semplicemente noi!

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