PUNTATA NUMERO CINQUANTOTTO. PRAMOLLO E I NOVANTANOVE CHE SI MERITANO LA CORONA. PARTE TERZA.

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58_Biel_LantRipigliamo tutto il fiato che era rimasto sospeso da casera For sulla bella valle. Riprendiamo anche il cammino, curiosi di cosa ci aspetta. Saranno prati e sassi faccia – a – vista, bardèis di mughi, salitine docili e abbordabili. Sarà che diremo “Ciao, veh!” all’italico stivale e, nella forma di un lungo e zainettato cordone di escursionisti accaldati, saremo una sorta di “richiedenti asilo turistico – escursionistico” di ultima generazione. Scappiamo dalle mille contraddizioni dell’Italia tanto amata ma matrigna ispida; per farlo, alziamo la gamba e scavalchiamo un aereo spali di cunfìn tra due pascoli. Per non prendere scosse (il spali è percorso da corrente elettrica che, al tocco, disincentiva l’espatrio alle signore mucche tricolore a passòn da quelle parti), l’alzata di ginocchio è agevolata da una mini – scjala mussa dotata di un paio di gradini e posta a cavallo della suddetta recinzione.

Qualcuno, tra noi numerosi viandànts, nota un aspetto particolare e ci avverte: “Cjalàit câ, se si va verso l’Austria nissùn problema ma…immaginate quando faremo il percorso contrario e riscavalcheremo recinto e gradini: mettendo il piede su quello posto sul versante italiano, la nostra pianta andrà a poggiare su UN FIAR DI CJAVAL incastonato sulla pestata d’appoggio del scjalìn!!!!”. Qualcun altro amaramente aggiunge, con dolorosa ironia: “Cuisà se il fiàr lu â mitût un ’Taliàn o un ‘Strìac…tant par visâ che il lasciate ogni certezza, Voi c’entrate al è un monito mai inattuale, ca di nô, cun tancj augurios e buena furtuna!!!”.

Momento di silenzio. Novantanove persone e silenzio. Poi, meno male, riesplode l’allegria e ritorna l’entusiasmo. Sì, perché, se stiamo marciando, vuol dire che abbiamo ancora una meta, che non ci accontentiamo dei bei panorami e delle malghe viste sino qui.

E’ ora di svelare la destinazione cui il Prof. tiene particolarmente a condurci: è il monte Corona! Ecco il motivo del titolo di questo tripartito articolo! Il Corona è una bella montagna pelosa ed erbosa, soffice e dolce da risalire fino alla sua cima che, comunque, giunge a solleticare i piedini del Buon Dio a quota 1832 metri.

Un che di sacro c’è sempre, quando si sale, anche se le quote delle nostre montagne furlàne non sono certo da Everest. Sali e ti lasci alle spalle la normalità quotidiana e il formicolìo umano impazzito. Sali e non sai bene cosa c’è oltre quel masso, dietro a quella nuvola; sai solo che stai compiendo un percorso, che ogni passo ti costa tutte le attenzioni del mondo per non scivolare, per non finirla lì; magari per non tirar con te nella tua caduta altri che poco c’entrano e che verrebbero a pagare il prezzo della tua debolezza e fragilità. Eppure sali, sali e il peso della fatica diventa ali, leggerezza, attrazione forte forte verso la prosecuzione, verso quella terra promessa rinfrescata da aria fina. La legge della gravità va all’incontrario e ti senti attratto dall’alto, mentre il basso sbava e vorrebbe risucchiarti.

Ogni tanto ci chiediamo cosa mai può passare nella mente di chi va a fare escursionismo estremo, arrampicata, robes pericoloses se pensieri come quelli testè descritti e confessati balenano nelle teste di noi camminatori da parco del Cormor e difficoltà elementare!!!

Meglio godersi l’entusiasmo che fa svolazzare con la fantasia ma… ricordarsi anche del qui – e – ora: riportiamo la nostra attenzione semplicemente sui nostri cinque sensi e riallacciamo, più sereni, il dialogo con il principio di realtà. I nostri piedi ci raccontano di sassi e lastre di pietra che spuntano dal terreno. Quanti, guarda! Siamo in una zona preziosa e particolarmente cara a geologi, cultori, appassionati e curiosi del lito – mondo. Qui – ed è terra austriaca – c’è una miniera di fossili! Ci son tracce visibilissime di alghe e molluschi: un comune mortale non se ne accorge e ci mette traaanquillamente piede e pedula sopra; un mortale che ha prestato almeno mezzo orecchio al grande Prof. Venturini aguzza la vista e scopre un mondo impacchettato in ogni scheggia che calpesta. Ah, allora quelle forme a “sezione di bucatino” con cerchi concentrici sono alghe! Idem per quei ghirigori nastriformi che sembrano la prima traccia di matita di un bambino! E quelle forme a cuore allungato con asse di simmetria parallelo all’asse delle ics??? Molluschi a due valve???

Alzi la mano chi di noi non fa un nodo al fazzoletto e non si ripromette – la pròsima volta – di approfondire su qualche libro il magico mondo della geologia e dei fossili. Quando saremo di ritorno al passo Pramollo, in zona laghetto e parcheggio delle nostre auto, saremo esauditi perché il Prof. tirerà fuori dal bagagliaio della sua un’intera biblioteca di ottimi testi per esaudire i nostri desideri e sete di geo – conoscenza. Se questo era uno degli obiettivi del “Geoday” – cioè far venire voglia sincera e non commerciale di approfondire l’argomento e di avvicinarsi a quella scienza – si può lanciare un “missione compiuta”. Se, poi, tale ottimo obiettivo si unisce a una raccolta fondi per iniziative benefiche, documentate e tracciabilisime, che il Prof. ha avuto cuore di fare anche in questa occasione, allora possiamo ben dire che abbiamo visto uniti l’amore per il Sapere, per la Natura e per l’Uomo in una singola giornata.

Un piccolo miracolo che ancora fa credere che la Civiltà non si sia del tutto distudada, schiacciata dal lurido piede caprino e irsuto della barbarie, o dal freddo marmo dell’indifferenza o dalla nebbia stagnante della noia.

Sarebbe bello concludere così, con questa immagine ad effetto eppur…non resistiamo al desiderio di condividere con Voi un’ultima immagine. Per farlo, dobbiamo arrotolare il nastro all’indietro e riportarci sul colmo del monte Corona. Mentre siamo intenti a guardar a terra in cerca di tracce fossili – avevamo appena abbandonato i pensieri mistici dei piedini di Dio, ricordate? – qualcuno “osa” alzar lo sguardo, attratto dal cielo di un azzurro speciale e da una croccante e vivificante arietta che coccola le guance e asciuga le vesti. Ma…cos’è quella macchia nera, là sul costone? O soi inceât, no viôt ben! Ah, ma ora le macchie sono due! E con le criniere al vento???!!! Alla faccia della visione mistica! Una via di mezzo tra un’immagine degna della Vidal (ve la ricordate, la pubblicità del bagnoschiuma, non negatelo!) e un’illustrazione mitologica che ci fa quasi meravigliare quando ci accorgiamo che quei due stalloni – neri come la notte e lucidi come di smalto – non abbiano le ali e un carretto parcheggiato da qualche parte!!!

Che abbiano perso loro il ferro di cavallo a cavallo dei confini???

Pramollo dalle mille sorprese, mandi!

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