STORIA DI UNA PERSONA (IN)VALIDA, OVVERO STORIA DI IVAN DALIA

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Mentre inizio a scrivere quest’articolo va in onda il Festival di Sanremo, una kermesse dove la musica fa (o dovrebbe fare) da padrona, dove cantanti più o meno noti si esibiscono cercando di conquistare il grande pubblico in cinque serate. Come tutti sappiamo però, non esiste soltanto la musica commerciale che viene sdoganata dal Festival e poi passa nelle radio incrementando le vendite dei dischi; c’è anche una musica che forse potremmo definire più di nicchia, o forse più colta, per intenditori, per gente dall’orecchio esperto e raffinato.

Bene, se pensate che io voglia parlarvi di questa musica vi sbagliate, non ho le competenze per farlo, quindi non ci provo nemmeno; tuttavia voglio parlarvi di chi questa musica la suona e la compone, perché da anni la sente dentro di sé e perché da anni essa rappresenta il suo modo di vedere tutto ciò che lo circonda. Lui è Ivan Dalia, un pianista trentaseienne nato e cresciuto in Campania (tra le province di Caserta e Napoli), ma poi diventato un cittadino del mondo.

Sin da quando Ivan ha 8 mesi, i suoi genitori capiscono che probabilmente la sua vita sarà al buio, ma dopo il comprensibile sconforto iniziale decidono di fare il possibile perché non sia mai una vita buia. Da bambino frequenta una scuola pubblica, gioca con gli amici e pratica sport al pari dei suoi coetanei; certo non mancano le prese in giro per la sua cecità, ma lui (“istruito” dal fratello più grande) impara presto a difendersi e a non farsi mettere i piedi in testa dai cosiddetti “bulli”.

Spinto dai familiari, che forse sperano così di riuscire a calmarlo un po’ e di dargli anche un futuro, si avvicina alla musica già verso gli 8 – 9 anni di età, ma soltanto a 11 anni inizia a studiarla seriamente; proprio per motivi di studio, nel 1996 si trasferisce a Napoli in un istituto per disabili, in modo da essere più vicino al Conservatorio di Musica San Pietro a Majella, che inizia a frequentare con profitto.

Già prima di concludere gli studi superiori Ivan allarga i suoi orizzonti, appassionandosi non solo alla musica classica, ma anche a quella folcloristica e tradizionale del Sud Italia (che probabilmente ha nel sangue, viste le sue origini campane), nonché a quella etnica e in particolare balcanica; è così che scopre la fisarmonica, imparando poi a suonarla da autodidatta ed eleggendola a suo strumento per circa tre anni.

Al compimento della maggior età, il ragazzo decide di lasciare l’istituto che l’aveva ospitato finora e di trasferirsi in un appartamento condiviso con altri ragazzi, nel centro storico di Napoli; è qui che per lui inizia la vita vera, con le prime amicizie importanti, l’entrata in alcuni gruppi musicali e qualche concerto dal vivo. La voglia di esplorare nuovi stili e generi (quali ad esempio il jazz e il funk) non gli impedisce però di portare a termine il percorso intrapreso al Conservatorio, diplomandosi in pianoforte nel 2010 e in composizione nel 2015.

Più o meno in questo lasso di tempo si consuma la sua prima esperienza di vita all’estero, precisamente a Berlino, che per inciso risulta essere una delle città più accessibili d’Europa, se non addirittura del mondo; qui Ivan si fa conoscere ed apprezzare suonando jazz nei locali e nelle sale da concerto, ma poi forse sente il richiamo di casa, quindi decide di provare a smentire il detto latino “Nemo profeta in patria” e per farlo partecipa alla settima stagione di “Italia’s got Talent”, nel 2016, arrivando a essere il secondo finalista.

Così il musicista viene notato anche nel nostro Paese (meglio tardi che mai) e può godere di nuove opportunità professionali, seppur non strettamente legate al suo percorso formativo; a settembre dello stesso anno viene infatti chiamato al Teatro Sistina di Roma per presentare insieme a Gioia Marzocchi la serata di gala per la XXI edizione del “Premio Louis Braille”, un riconoscimento di livello nazionale che l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ONLUS – APS attribuisce ogni anno a quanti si impegnano in favore della disabilità visiva. Evidentemente la performance di Ivan Dalia in veste di conduttore soddisfa gli organizzatori della manifestazione (trasmessa in differita su Rai 1 qualche giorno dopo), che decidono di richiamarlo anche per l’edizione 2017; questa volta la serata si svolge sempre a Roma, ma al Teatro Brancaccio, e ad affiancare il pianista sul palco ci sono Monica Marangoni ed Elda Alvigini.

Il 2017 è anche l’anno in cui la musica di Ivan sbarca oltreoceano, più precisamente a New York; le sue note arrivano qui seguendo il battito del suo cuore innamorato, poi si diffondono anche in New Jersey e in Massachusetts, dove egli ha recentemente tenuto dei concerti. Sebbene da circa sei mesi New York (Long Island City, per l’esattezza) sia diventata la sua nuova patria, il legame del trentaseienne campano con l’Italia è tutt’altro che spezzato: oltre ai contatti quasi quotidiani con la famiglia, vi è anche una stretta collaborazione tra lui, il giovane regista napoletano Roberto Marra e il montatore Stefano Salvatori, che insieme stanno lavorando al loro primo film.

Si tratta di un progetto che sicuramente vedrà la luce entro l’anno prossimo, ma per il momento è ancora top secret, sappiamo solo che Ivan ne firmerà la colonna sonora; questo sarà senz’altro un primo passo per entrare nel mondo del cinema e dei documentari, dando così una dimostrazione concreta di come un non vedente possa contribuire a rappresentare la realtà che lo circonda, pur non usando gli occhi.

Un altro sogno nel cassetto sarebbe per Ivan quello di suonare insieme a un’orchestra sinfonica, mentre finora ha suonato al massimo con band e gruppi; chissà che anche questo suo desiderio non possa realizzarsi presto, dopotutto lui è ancora giovane, ma ha un curriculum di tutto rispetto e sta lavorando alacremente per farsi conoscere a livello internazionale, quindi perché no? Noi glielo auguriamo di cuore, oltre che una sua soddisfazione personale sarebbe l’ennesima prova del fatto che il talento non ha limiti, barriere o confini e che una persona comunemente etichettata come invalida può essere effettivamente molto valida, purché sia messa nelle condizioni di riuscire a sviluppare le proprie potenzialità e di potersi esprimere al meglio.

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