I MILLE VOLTI DELLA SERIE A: INTEGRALISMO O INNOVAZIONE?

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Sono trascorse oramai cinque giornate dall’inizio della serie A e di certo ai grandi amanti del calcio non può non essere passata inosservata l’assenza di alcuni personaggi illustri della panchina, penso ad esempio a Mazzarri e Sarri con la loro schiettezza, alla forza dell’eloquio di Allegri e Spalletti od alla pacatezza di Semplici e D’Aversa. Allo stesso tempo però, ad un occhio vigile, il parco allenatori della stagione in corso presenta innumerevoli sfaccettature, che andremo ad analizzare di seguito.

IL VALORE DELLA CONTINUITA’- Pioli, Gattuso.

In un’epoca calcistica in cui il giudizio di un operato, buono o cattivo che sia, si basa solo ed esclusivamente sul risultato, quindi sul profitto immediato, lodevole è la scelta di Milan e Napoli di riconfermare i rispettivi condottieri; per Pioli pareva scontato un futuro lontano da Milanello, con Ragnick pronto ad insediare la sua panchina, ma non è potuto passare inosservato ai massimi esponenti rossoneri, l’ottimo lavoro svolto dal tecnico, capace di riportare il Diavolo in Europa, ereditandolo dalla sciagurata gestione Giampaolo, dal rendimento salvezza o poco più. Rinnovo per lui e per il totem Ibra, al fine di trascinare una compagine dalle verdi speranze, Tonali, Brahim Diaz e Leao per citarne alcuni. Il medesimo principio si applica per Gennaro Gattuso, riconfermato alla guida dei partenopei dopo averli risollevati dalla bufera interna della passata stagione ed averli condotti alla vittoria della Coppa Italia, battendo i rivali bianconeri, allora guidati da Maurizio Sarri. I risultati ottenuti sinora, sono dunque nientemeno che lo specchio della bontà delle scelte operate dalle due dirigenze: il Milan è in testa alla classifica, con 13 punti in cinque gare, il Napoli è subito dietro con 11 punti, frutto di quattro successi più la discussa sconfitta a tavolino contro la Juve, la quale ha inoltre portato alla sottrazione di un punto, ma la vicenda in questione è ben lontana dalla parola fine.

LA FORZA DI UN’IDEA- Gasperini, De Zerbi.

Quando parliamo di idea, di principio, di filosofia calcistica ben precisa, non può non balzare all’occhio l’Atalanta di Gian Piero Gasperini; per quanto attiene al rettangolo di gioco i concetti chiave sono ben chiari: cercare di tenere il pallino del match indipendentemente dall’avversario, mantenendo un ritmo incalzante lungo l’intero arco della partita e sfiancando gli avversari con un pressing asfissiante, poco importa se ti chiami Spal o se sei una delle squadre più forti al mondo, vedi il Psg. La medesima modalità di pensiero, si estende poi a livello societario, nella valorizzazione di un settore giovanile in grado di sfornare talenti “made in Berghem” per la prima squadra e nell’acquisto di profili affidabili in grado di ruotare attorno al trio delle meraviglie Gomez, Zapata, Ilicic, quest’ultimo rientrato di recente dopo un lungo stop dovuto a motivi personali. Altro esempio rampante di espressione ideologica è a mio avviso il Sassuolo di Roberto De Zerbi, il motivo di tale affermazione, è infatti intuibile senza troppi giri di parole: derby emiliano, i neroverdi sono sotto di un gol contro i felsinei di Mihajlovic, Locatelli recupera la sfera, prova ad uscire palla al piede dalla difesa ma si fa scippare da Orsolini, il quale si invola indisturbato verso la porta di Consigli, siglando il gol del provvisorio 3-1. E’ superfluo affermare che in una situazione di questo tipo qualsiasi allenatore del mondo, vedendo la sua squadra subire una rete per una leggerezza in uscita, sarebbe andato su tutte le furie ma la reazione di De Zerbi ha dell’incredibile: egli rimane calmo e urla al suo ragazzo- “Non importa per l’errore, sbaglia ma fai!”. Il Sassuolo rimane fedele ai suoi principi, esce palla a terra dalla difesa (commettendo ancora qualche errore) e costruisce le azioni mediante uno spettacolare tiki-taka all’italiana, l’inerzia della partita si ribalta completamente, Caputo e compagni si rendono protagonisti di un’incredibile rimonta, vincendo per 4-3; è la forza di un’idea.

IL NUOVO CHE AVANZA- Pippo Inzaghi, Italiano.

Dopo aver dominato il campionato cadetto, Pippo Inzaghi è determinato a mantenere il trend positivo di risultati ottenuto sinora alla guida del Benevento; dopo alcune esperienze degne di nota, intervallate da cocenti delusioni, Superpippo ha ceduto alla corte della Strega, per farsi portavoce di un ambizioso progetto che sta progressivamente prendendo forma; i sanniti, nonostante la sconfitta di misura nel derby campano contro il Napoli, hanno dimostrato una notevole organizzazione di gioco, raccogliendo ben 6 punti nelle prime cinque gare disputate, niente male per una neopromossa. Lo stesso discorso vale per Vincenzo Italiano, apprezzato allenatore, giovane ma già molto capace, che ha già scritto una pagina importante di storia del suo club, conducendolo per la prima volta in assoluto nella massima serie, in seguito alla vittoria nello spareggio playoff contro il Frosinone di Nesta. Il tecnico spezzino ha rifiutato le avances post promozione di Enrico Preziosi, che lo avrebbe fortemente voluto alla guida del suo Genoa, ed è più che mai determinato ad ottenere una storica salvezza nella massima serie; cinque i punti ottenuti in altrettante partite da Galabinov e compagni.

PAROLA CHIAVE: ORGANIZZAZIONE- Ranieri, Juric.

Claudio Ranieri si sta dimostrando per l’ennesima volta un grande signore del calcio; nonostante un mercato con più cessioni che acquisti degni di nota, quest’ultimi tra l’altro concretizzati last minute, il tecnico blucerchiato ha raccolto assieme alla sua squadra ben nove punti, sei dei quali ottenuti contro Lazio e Atalanta, piazzandosi alla settima posizione in graduatoria. Alla luce di quanto appena affermato, King Claudio (soprannome attribuitogli dai tifosi del Leicester) si conferma allenatore senza tempo, adatto ad ogni epoca e ad ogni situazione, poiché in grado di tradurre in chiave moderna stili di gioco inerenti ad un epoca oramai superata. “Abbiamo speso il minimo indispensabile per disputare un campionato di serie A”– afferma a più riprese il focoso tecnico balcanico Juric in sede di conferenza stampa; la verità però, è che l’Hellas Verona, al di là del mercato, si è dimostrata squadra ostica in tutti i campi, grazie soprattutto ad una compattezza ed un’applicazione collettiva davvero notevole. Ben 8 i punti raccolti sinora.

CONTRO TUTTO E TUTTI- Fonseca, Simone Inzaghi, Conte

Non si può di certo definire idilliaco il rapporto tra Fonseca, Simone Inzaghi, Conte e le rispettive dirigenze; al di là delle numerose divergenze di vedute, che, sebbene filtrate, si palesano in sede d’intervista, il primo sta cercando in tutti i modi di risalire la china con la sua Roma, lasciatosi alle spalle le voci che lo vedevano sulla graticola e l’infinita telenovela Dzeko; il secondo, nonostante gli ottimi risultati complessivi, lamenta un mercato privo di grandi acuti, a suo avviso non all’altezza di una squadra da Champions; il terzo, che non può certo piagnucolare come fece la passata stagione, vista l’ampiezza e la qualità della rosa a sua disposizione è ritenuto dalla moltitudine degli addetti ai lavori reo di alcune scelte alquanto discutibili, che hanno minato l’equilibrio tattico complessivo dei neroazzurri, si pensi ad esempio all’utilizzo di Perisic, di natura esterno d’attacco, nel ruolo di quinto di centrocampo o ancora all’adattamento di due terzini come Kolarov e D’Ambrosio, in qualità di difensori centrali. Gli incidenti di percorso che accomunano le rispettive compagini, lasciano presagire un clima interno non del tutto rose e fiori.

LAVORI IN CORSO- Pirlo, Liverani, Maran

Un cartello gigantesco con la scritta “LAVORI IN CORSO”, impera presso il centro sportivo di Vinovo, protagonista una Juve ampiamente ringiovanita e rivoluzionata, sia per quanto riguarda l’organico, sia per quanto attiene allo staff tecnico; qualcosa di positivo a sprazzi si è pure intravisto, ma tre pareggi in cinque partite, ottenuti rispettivamente contro Roma, Crotone ed Hellas Verona sono un bottino troppo magro, vista la società in questione, poiché significano già un distacco di quattro lunghezze dalla vetta. Non alimentiamo però inutili allarmismi, un rinnovamento così ampio e radicale la maggior parte delle volte richiede pazienza e tempo di adattamento; i più ferrati si ricorderanno che la medesima situazione si verificò ai tempi della gestione Allegri, in cui la squadra, in seguito ad un filotto negativo di risultati che la fece precipitare al decimo posto, si rese protagonista di una clamorosa rimonta, conquistando quello che all’epoca era il quinto scudetto consecutivo (2015-2016). Il medesimo principio illustrato sopra, si applica anche per il Parma di Fabio Liverani, che si è appena lasciato alle spalle il lungo e glorioso regno targato Roberto D’Aversa, durato ben cinque anni e caratterizzato dalla doppia promozione dalla serie C alla A, a cui seguirono due salvezze tranquille. Sono quattro i punti ottenuti sin qui dai Ducali, ma la squadra sembrerebbe non aver ancora assimilato del tutto le idee dell’ex tecnico del Lecce, apparendo non ancora ben amalgamata. Stesso bottino anche per il nuovo Genoa di Rolando Maran, il cui discreto lavoro iniziale è stato bruscamente interrotto dalla minaccia Covid-19, il quale ha colpito senza pietà più di 15 tesserati del grifone, decimando di fatto la rosa, costretta come da protocollo sanitario ad una quarantena forzata. Due sono dunque gli ingredienti indispensabili per le tre società in questione: il giusto tempo ed un duro lavoro.

AVANTI TUTTA!- Mihajlovic, Di Francesco

Avanti tutta!”- è senza dubbio questo il motto che accomuna Bologna e Cagliari, coerentemente con la filosofia calcistica dei rispettivi tecnici; le due squadre, hanno raccolto sin qui molto meno di quanto ci si aspettava, specialmente i felsinei, quartultimi in classifica con appena tre punti. Il loro scarso rendimento è senza dubbio legato ad una solidità difensiva pressochè inesistente, il dato a tal proposito è allarmante: 38 partite consecutive con gol subito (un campionato intero!): fossi in Mihajlovic opterei per uno schieramento un po’ più difensivo, volto a favorire il tanto agoniato equilibrio. Meno grave è invece la situazione per Eusebio di Francesco, i sardi sono undicesimi, ma l’ambizioso presidente Giulini, anche alla luce degli importanti sforzi economici fatti, pretende qualcosa in più; la sensazione è che i rossoblù necessitino di un maggior labor limae, al fine di eliminare le imperfezioni sin qui riscontrate nella retroguardia.

GLI ETERNI TRAGHETTATORI- Iachini, Stroppa

La vittoria per 3-2 ottenuta dalla Fiorentina ai danni dell’Udinese non può di certo far dormire sonni tranquilli al tecnico Iachini, ritenuto il principale colpevole dei risultati stentati della squadra; del resto, se in rosa disponi di elementi quali Castrovilli, Callejon, Ribery, tanto per citarne alcuni, non puoi permetterti di giocare 3-5-1-1 come se fossi l’ Empoli, il Palermo od ogni qualsivoglia compagine da salvezza già allenata dalla figura in questione. Ciò che preoccupa i tifosi viola però, al di là dei moduli, è l’atteggiamento rinunciatario e difensivista che si palesa una volta ottenuto il vantaggio, di certo poco comune alle cosiddette grandi squadre. Al contrario, se ti chiami Crotone, non puoi permetterti di giocare nella massima serie con il baricentro altissimo ed una mentalità ultra-offensiva, se in serie B dominavi le partite, in serie A devi giocare per la salvezza, concetto che Stroppa pare non aver ancora compreso, nonostante gli innumerevoli gol subiti dai calabresi in seguito ad imbucate e praterie in campo aperto concesse agli avversari. Con un solo punto ottenuto in cinque gare disputate, la panchina dell’Ezio Scida si fa sempre meno salda. Fiducia a tempo dunque per Stroppa e Iachini, che faranno di tutto per scrollarsi di dosso l’etichetta di eterni traghettatori.

GLI INTEGRALISTI- Giampaolo, Gotti

La visione del calcio di Marco Giampaolo è una e unica, qualunque sia la squadra da lui allenata: 4-3-1-2; se tanto bene aveva fatto ai tempi di Empoli e Sampdoria utilizzando questo sistema di gioco, totalmente disastrose furono l’esperienza in rossonero e quella attuale alla guida dei granata. La sensazione è che “il maestro” (almeno così dicono), si intestardisca troppo sulla propria idea di calcio, senza badare alle caratteristiche dei giocatori di cui dispone. Il grande limite del soggetto in questione è proprio questo, la chiusura mentale. E’ totalmente contro natura cercare di trasformare a tutti i costi due ali dal passo breve e dal dribbling fulminante come Suso o Verdi, in due rifinitori quali Praet o Saponara per intenderci; esonerato al Milan e appena un punto in cinque partite con il Torino. L’ennesimo benservito sembra essere vicino, Donadoni scalpita. Non gode dei favori dell’opinione pubblica nemmeno Luca Gotti ultimamente, che con la sua Udinese ha ottenuto lo spaventoso score di appena una vittoria e ben quattro sconfitte; la squadra friulana è apparsa rinunciataria, remissiva, ancorata ad un sistema di gioco deleterio, improduttivo e che annulla ogni qualità dei singoli. Addetti ai lavori e tifosi invocano a gran voce un cambio di modulo, opzione che però il tecnico non sembra voler ancora considerare, nonostante disponga in rosa di elementi quali De Paul, Pereyra, Deulofeu, Pussetto, Forestieri, che mai potrebbero giocare assieme con l’attuale 3-5-2; la sua panchina ancora non scotta, ma non è nemmeno così salda come lo era nella passata stagione.

Dal quadro complessivo soprariportato, emerge chiaramente che i risultati migliori sino ad ora, siano stati ottenuti da coloro i quali hanno dimostrato una maggiore propensione verso nuove idee e nuovi modi di fare calcio; i cosiddetti integralisti, fermamente convinti del proprio credo, si ritrovano invece nei bassifondi della classifica; se si tratti di una coincidenza o meno questo non lo so. Non me ne vogliano gli uomini di cultura, nonché i palati calcistici più raffinati se, nell’esprimere il mio punto di vista riguardo alla questione, richiamo alla memoria la figura di Hegel, filosofo otto-novecentesco ancora oggi più che mai in voga, il quale affermava l’importanza di cogliere lo “spirito del tempo”, ovvero una tendenza culturale dominante in una determinata epoca, concetto questo applicabile ad ogni aspetto della realtà, a mio avviso anche in ambito calcistico.

Samuele Marcon

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