Ciribiribi Linea80

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Ricordate gli anni ottanta? La guerra fredda, le vacanze sotto l’ombrellone, il cabaret dei tormentoni, il manzo alla stroganov… Le hit estive, i lenti da pomicio svuotapista, gli hamburger di cartone e l’insalata russa che faceva comunismo e consumismo assieme, gettando i commensali in una confusione ideologica che neppure il miglior PD. Gli anni in cui il Moncler e le Timberland costavano come un rene di contrabbando (si lo so che anche oggi è così ma non puntualizziamo).
Caricate tutto dentro la Delorean del Prof. Emmett, meglio conosciuto come DOC, poi schiacciate luogo e data a caso et voilà: 1 agosto 2020, Alnicco UD, Osteria Pan E Vin. Sul Palco i Linea80, una cover band così anni ottanta che al cospetto pure l’incidente di Chernobyl pare anni novanta. L’aria che tira si percepisce già durante il sound-check. C’è voglia di lasciarsi il lockdown alle spalle, c’è voglia di giochini di gomma nelle confezioni della Mulino Bianco (non è pubblicità, solo ricordi). Il tempo di ordinare delle birre (forse la più buona che abbia bevuto dall’ultima puntata di Daltanius ad oggi) e si parte con la musica, quella vera. I primi pezzi ci trascinano in quel mood, fra quelle compagnie di ragazzotti in vespa e risvolti ma non siamo al tempo delle mele. Non si respira quell’atmosfera cheap, quella voglia di piacere a tutti i costi. Si percepisce invece un grande rispetto per un repertorio musicale troppo spesso denigrato, un decennio che è rimasto ingiustamente soffocato fra i giganti degli anni settanta e la rabbia dei novanta. Si viaggia in equilibrio fra pezzi evergreen e brani che da soli sono citazione e simbolo di un’intera generazione. A-ha, Belinda Carlise, Simply Red, Wham, Propaganda, Tears for Fears… Mi complimento con i Linea80 per aver scelto Save a Prayer dei Duran Duran e non The Wild Boys, per aver messo la musica davanti all’applauso facile. Di fatto quasi tutte le loro scelte si muovono in questa direzione, la loro esibizione è intrattenimento ma anche un viaggio musicale, fra interpretazione e citazione.
Capirai cosa ci vuole a suonare quelle robe lì… Poi parte “Ti sento” dei Matia Bazar e che tu sia cresciuto con la Play Station o con l’Atari, non ha più importanza alcuna: i brividi ti partono dalla schiena e ti drizzano i peli sulle braccia. Chapeau ragazzi, da chi pensava neppure gli piacessero i Matia Bazar e che ora sta scaric.. ehm.. comprando tutti i loro capolavori. Da li in poi il livello sale, il pubblico si riversa (tutti a distanza) nello spazio sotto il palco, ci si scalda e poi si salta da Den Arrow a “Face to Face” e oltre, fino al Maestro Battiato. Complimenti a Raffaele (quello che pesta alla batteria), Maurizio (al basso ma poi è il più alto), Ivan (può non essere bravo uno con una Gibson LP?), a Gianluca (che sa che tasti toccare), grazie al Pachi (voce maschia e follia) e a Kika (voce fucsia in corpore sano).
Grazie ai gestori del Pan E Vin per l’organizzazione attenta, per la porchetta d’altri tempi; grazie a quelli che hanno saltato con me e a coloro che lo hanno reso così speciale. Grazie alla birra e all’amatriciana che si scrive con la A e si pronuncia senza cipolla. Per orgoglio nazionale, siamo campioni del mondo.

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