Genoa 1 – Udinese 3: questione di “bastava poco”

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Non fare punti a Bergamo e contro la Roma non è poi così fuori luogo. Ciò che ha scaldato l’ambiente e fatto roteare i pianeti che abbiamo fra pancia e inguine (più o meno, non sono un astrofisico) è stato l’atteggiamento da sconfitti, di quelli che salgono sul ring e neppure alzano i guantoni: siamo stati lì a prenderle e ne abbiamo prese tante.

Contro il Genoa, squadra che pareva in forma e motivatissima, non avevamo certo l’occasione più agevole per rialzare la testa, in virtù anche dell’esonero di Tudor che, permettetemelo, da ex difensore ha dimostrato una vera avversione per tutto ciò che riguarda l’attacco. Potremmo proprio dire che a lui, l’attacco, sta proprio sopra quei pianeti di cui pocanzi.

In panchina ci va un vice e sinceramente nessuno lo invidia.

Eppure lui (come cavolo si chiama? Ah si, Gotti… scherzi a parte, ne sentiremo parlare), dicevo che lui, con la sua eleganza e quell’aria da figo, non pensa alle implicazioni di una possibile sconfitta. Lui pensa a cosa potrebbe accadere se, finiti in svantaggio con un’azione che pare frutto di un allenamento futuristico (complimenti agli avversari), l’Udinese potesse pareggiare con una palla che nessuno vuole calciare se non De Paul, un missile che disintegra gli incubi di un’altra batosta.

E poi pensa ad Okaka che prende a spallate il mondo è sforna assist, pensa a Nuitnick (per favore, prendete giocatori con cognomi più di questo pianeta), pensa a Opoku sulla fascia e Lasagna in panchina. Pensa a Mandragora coi piedi che non servono solo per calciare le tibie degli avversari.

Pensa a uno svedese con l’aspetto meno svedese che fa un goal da brasiliano e poi pensa che magari, se mettiamo Lasagna in campo, può fare un goal con sombrero.

Pensa che possiamo giocare.

Cosa abbiamo imparato? Che è sempre meglio pensare.

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