Arrigo Boito, “Il pugno chiuso”: l’amore che distrugge2

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Considero Boito l’autore più sottostimato del panorama letterario italiano. Conosciuto forse più per la sua relazione con la Duse che per le bellissime opere che ci ha lasciato. In questo racconto il ritmo incalzante, costruito su un periodare musicalmente cucito sull’impatto della narrazione, immerge il lettore in una dimensione credibilmente macabra.

È un’accusa sociale che prende forma da avvenimenti che potrebbero essere reali, non è diretta ma evidente.

Un uomo va in Polonia ad indagare sulla “Plica polonica”, malattia dei capelli causata dalla sporcizia.

Qui incontra un mendicante che stringe in un pugno un fiorino rosso maledetto che gli impedisce di aprirlo.

L’autore scava nella follia umana, quella indotta dall’amore per la mercificazione, per l’alienante perversione del possedere che, come la sporcizia per la plica, ci contagia e conduce alla rovina.

Si possono intravedere aderenze con l’opera di Hoffman ma, come spesso accade nell’opera scapigliata, restano pretesti narrativi che non impediscono uno sviluppo decisamente originale.

Pur nella sua brevità, questo racconto resta un sunto di cura per la parola, forza espressiva e profonda analisi fra le pieghe oscure della mente umana. Leggere per credere.

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