Fosca di Iginio Ugo Tarchetti: l’amore ai tempi della scapigliatura

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Ognuno di noi ha nel proprio animo delle perversioni di cui si vergogna. Io di par mio nutro una viscerale passione per la Scapigliatura, non so se per questioni campanilistiche o per affinità esperienziale: cercherò di capirlo condividendo con voi tutta la mefistofelica bellezza delle opere di questo movimento, troppo spesso taciute e oscurate dalle élite scolasctiche.
Lo farò senza un ordine preciso se non seguendo una logica sistemica basata su temi di particolare (mio) interesse contingente.
Così, non vogliatemene, i primi articoli saranno dedicati al tema dell’amore scapigliato e il primo in assoluto vi svelerà il processo evolutivo che questo subisce all’interno del romanzo breve “Fosca” di Tarchetti, di cui più avanti farò un’analisi più dettagliata.
La trama è del tutto lontana dagli schemi della letteratura italiana di quel tempo e pur laddove si possano intravedere richiami a espedienti manzoniani, questi possono essere letti come una volontà precisa, un percorso che muove da un punto per prenderne decisamente le distanze nello svolgimento dell’azione narrativa.
Un militare in congedo per malattia, si trasferisce a Milano dalla bella ma odiata campagna nell’attesa  di essere richiamato. Nella capitale lombarda conosce Clara, donna sposata con cui intraprende una relazione amorosa nel senso più puro del termine. L’amore è puramente nello stile romantico, inteso come forza che costringe a infrangere gli schemi sociali e a cui in un modo o nell’altro, i protagonisti soccombono quando questa relazione viene interrotta.
Trasferito in campagna, Giorgio conosce Fosca, Figlia di un suo superiore, una donna di una “bruttezza orrenda” e fortemente malata. Fosca e Giorgio intraprendono una relazione amorosa ma è qui che voglio porre l’accento. Questo amore non è l’amore di Romeo e Giulietta né quello di Renzo e Lucia, non un sentimento impetuoso, non una vocazione energica all’azione. Qui l’amore  trasfigura in una sorta di patologica abnegazione, un vizio che consuma, non un’azione eroica ma una virtù subita a cui l’amato soccombe. L’aspetto più stupefacente, visto il periodo storico, è che è Fosca (una donna) a dominare la scena, a gestire le fila di una trama che passa da descrizioni bucoliche di rara bellezza a toni cupi dove anche i suoni e i ritmi sono cesellati ad arte per immergere il lettore in atmosfere perverse e malate.
Spesso la Scapigliatura è stata indicata come movimento di  rottura che però non ha saputo costruire nulla, un movimento di contrasto fine a se stesso. Evidentemente chi sostiene ciò ha letto le critiche del Croce e del Sapegno ma non le opere in questione.
Tutto il romanzo si basa su un “bipolarismo” manifesto ma elegantemente gestito, come quando si indossa con eleganza un abito di per sè povero. Clara-Fosca, Campagna-Città, Salute-Malattia, Donna-Uomo. In questo contesto conflittuale, l’amore è un unicum che si sdoppia, si moltiplica, cambia e mutando condiziona tutto ciò che gli fa da contorno e demiurgo di questo mutamento è l’eroe più decadente e meno probabile: una donna che nessuno pareva poter amare. Leggere per credere.

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