L’ AMORE (PER IL CALCIO) AL TEMPO DEL (LA) VAR

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Un silenzio completo,il mio: partecipato intimamente, sentito come non mai. Un silenzio che sa delle sigarette amare che non fumo ma mi ricordano quando queste cose succedevano, quasi quarant’anni fa ma anche dopo: però di fronte alle “grandi” ci si impegnava e si gettava la spugna con la dignità dell’inferiore che, alla Rai, Beppe Viola ritrasse impietosamente: “Bettega dio greco, Catellani (difensore udinese, NdA) Renato Rascel”.

E questi qui?

Fanno i fighi, loro. Scarpette fluo, social network, magliette avversarie esposte col sottopancia “lui si è sentito di darla a me”(o giù di lì).

Fanno i fighi: poi di fronte si trovano una signora, per una sera tutt’altro che vecchia, in dieci per un’ora abbondante ma che li fa a pezzi senza pietà.

Sei reti. All’ombra dell’arco non si vedevano da quando Schachner, Bertoni e Benedetti sembravano Didì, Vavà, Pelé e per noi giocavano Odoacre Chierico, Graziani, Fulvio Collovati. Non esattamente ieri l’altro.

Sei reti. Quattro ragazzotti che escono guardandosi attorno come se nulla fosse successo; una resistenza inesistente, una squadra definita da Raiuno “modesta” e per una volta non mi offendo, anzi non avrei saputo trovare una definizione più sintetica ed azzeccata.

Sei reti. Un silenzio societario che urla forte dentro di me: ché ancora ci credo. Io, che mi chiedo come mai nessuno ci metta la faccia, anzi dia interviste intime e riservate via telefono, o dietro le quinte, invece di affrontare i tifosi che, come da loro costume, abbozzano e lasciano fare. Saremo anche “montanari” come spesso ci chiamano, ma in quanto a correttezza ed educazione offriamo dottorati di ricerca.

IL nulla. Gigi l’Aquileiense imita l’azionista e si rifugia negli spogliatoi, alla ripresa, ufficialmente per “visionare” i riflessi filmati della gara. Nel prepartita della decisivissima trasferta a Bucchilandia di mercoledì ribadisce il mantra “dimentichiamo gli errori, ripartiamo da…” il moto da luogo figurato mettetelo voi, tanto cambia sempre con la storia che si ripete.

Io ai giocatori non dico nulla. Una buona parte di loro gioca come se Udine fosse per loro la solita stazione di passaggio, ché loro sono così forti da meritarsi ben altri palcoscenici. Indossare la sacra biancanera che fu di D’Odorico, Selmosson, Zico Totò pare quasi un fastidio, un inconveniente temporaneo: una ruota bucata sulla fuoriserie che li condurrà a guardare Messi e CR7 dall’alto in basso. Non ho mai chiesto un autografo, se non a qualche bianconero della mia infanzia ed ovviamente ad Arthùr. Ma se dovessi pensare ad uno di quelli che compone la rosa attuale, beh nessuno meriterebbe di essere il primo.

Sei reti, come i punti in nove gare. Per fare così poco, dopo un calendario non devastante, sarebbero bastati dei ragazzi di Legapro. Sono ancora convinto che la rosa in potenza non sia male, ma questo non è un gruppo, né una squadra e probabilmente non lo sarà mai.

Leggo di Guidolin che ci starebbe pensando: spero sia una boutade per tenere buoni quei tifosi (tanti, non tutti) che asciugarono una lacrima quando se ne andò per la seconda volta dal Friuli. Perché rischia di farsi molto male, e Delneri non è che una delle componenti che sta stentando.

Non guardo le trasmissioni “a tema” che parlano delle cose bianchenere; non per snobismo, valà, ma solo perché ho altro da fare. Mi riferiscono di frasi tipo “25 anni di serie A hanno riempito la pancia dei tifosi”. Qualcuno la pancia se l’è riempita, forse, ma non certo i supporter che per seguire la squadra sborsano, ogni anno, centinaia di euro in anticipo. È ora di finirla con questa difesa quasi corporativa della “proprietà”. Hanno sbagliato: e non una, ma quattro volte di fila. Malafede? No. Disinteresse? Ho visto giocare il Watford ed è chiaro, accanto a ragioni di bilancio, che il focus sia lassù. Già: Marco Silva li fa giocare bene; persino Troy Deeney, che ormai pare Foreman nella sua ultima apparizione sul ring.

Solo così si giustificherebbe la serie di errori seguita alla giubilazione di Francesco da Castelfranco: una serie di allenatori improbabili, di giocatori sempre più “esperti” e meno capaci (Iturra… Insua…); la cacciata della spina dorsale italiana della squadra, mai rimpiazzata, che ha lasciato scoperto lo spogliatoio in cui la serenità non parrebbe regnare sovrana.

L’Udinese è, assieme al Benevento, la squadra meno in forma del campionato: questo è un fatto. Si salverà? Sì, ma solo perché questa formula cervellotica asservita solamente alle televisioni a pagamento permette l’ingresso in massima serie a formazioni inadeguate, costruite a rattoppi e prestiti, destinate quasi sempre a scendere veloci quanto sono salite. E, se i soloni dalla morbida penna permettono, questo sazia poco il sostenitore udinese.

Mi hanno criticato spesso quando sostenevo quel che adesso mi piace riproporre: noi siamo stati dappertutto assieme a questi colori. “Facile” col Milan, la Juve, l’Inter: noi a Omegna, Biella, Casale, Sant’Angelo; e Rimini, Brescia, Bari, Licata. Capirete che a me di ospitare ventimila tifosi ospiti frega zero. Zero.

La serie A è un’ambizione: lo era quando dovevamo conquistarla, lo deve rimanere ora che ci siamo da tanti anni, alcuni dei quali da protagonisti (alla faccia delle morbide penne di cui sopra, che parlano talvolta quasi pensassero che una dozzina di qualificazioni europee fossero casualità). Starci per starci, tirando a campare, puntando neanche più ai quaranta punti ma ormai al quartultimo posto, è da mediocri: e noi mediocri non siamo.

Educati sì, però: come si evince dal comunicato AUC dell’amico Pres Daniele Muraro. Sarebbe potuto essere più “definitivo”, ha scelto di temporeggiare. Educazione, appunto, prima di tutto. Anche dell’indignazione.

Sotto col Sassuolo, squadra che segna pochissimo. Ironizzando sarebbe bene sapere chi non realizza da tanto tempo in neroverde: ci penserebbero i nostri a valorizzarlo. Invece sono qui che spero.

Già: nell’epoca del(la) VAR l’amore per il calcio, almeno da parte nostra, non decresce. Anche se la maglia, la sacra maglia, è indossata da troppi in maniera assolutamente trascurabile, se non dannosa.

Ed a questi, per bravi che siano, il mio amore non arrivi: spero presto possiate essere soddisfatti ottenendo la cessione. Se continuate così, una bella cadetteria austriaca non vi sarà negata.

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