La maglia col sei: spingere come non ci fosse un domani

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Eh già: nei tempi che furono con la maglia numero “sei” si identificava il “mediano di spinta”, quel centrocampista che oggi chiameremmo “di quantità” che doveva portare su la palla verso ali e trequartisti, magari spingendosi in sovrapposizione e provando il cross. Non di rado sfuggiva alle urla dell’allenatore che lo voleva disciplinato, lanciandosi a rete e timbrando più cartellini di quanti il suo ruolo avrebbe fatto presagire.

Il primo che mi ricordo è Mariano Riva: piemontese di Tortona, arrivò nel 1977 dal Casale giusto in tempo per diventare un prezioso ingranaggio nell’Arancia Meccanica di mister Giacomini. In due anni e uno spicciolo (in serie A) con i nostri colori bianchineri (veniva dai rivali nerostellati di Casale) disputò un’ottantina di gare e segnò una decina di reti. Nella rivoluzione (tardiva ed) ottobrina del 1979 fu sacrificato da Sansòn e Dal Cin per cercare di rimediare ad una rosa evidentemente inadeguata alla categoria: Cesena, Pisa, Ternana le tappe più salienti della parte finale della sua carriera.

In qualche gara la maglia fu indossata dal “Leòn” Sgarbossa, di cui abbiamo già parlato; mi pare vestisse la “sei” quando fulminò su punizione lo scudettato Dino Zoff in una pirotecnica amichevole fra Udinese e Juventus, che di mercoledì portò al Friuli 40.000 persone e terminò 4-4. Altri tempi.

Negli anni di A, dimenticherei volentieri Sauro Catellani, il pegognaghese dal passato prestigioso ma giunto a Udine ormai imbolsito dalle lotte.

Grato invece il ricordo di uno stopper storico (anche nei suoi limiti!) per i nostri colori: l’”armaròn” Cesarone Cattaneo. In effetti iniziò col cinque quando il libero, altro ruolo che col “6” di maglia ci stava benissimo, era il compianto Orlando Pereira. Assieme a lui, indossò questa maglia Luciano Miani, venticinquenne teatino proveniente dal Lanerossi. Di lui, che girava per il centro con un’Alfa Romeo Duetto bianca cabriolet, si ricordano le doti fuori dal campo più che quelle di gioco. Un buon centrocampista che trovò sorte migliore nella Fiorentina.

Di Cattaneo abbiamo parlato; Orlando, invece, fu il secondo straniero dell’era moderna udinese; ceduto Neumann al Bologna, arrivò questo segaligno brasiliano, ufficialmente 32enne ma il cui aspetto fisico da profeta santosinho avrebbe tradito ben più primavere. Mazza lo acquisì dal Vasco da Gama, per sistemare una difesa fino ad allora piuttosto ballerina (nelle stagioni precedenti schierammo Billia, Macuglia e altri giovani che furono sacrificati sull’altare dell’economia, senza pensare che così facendo li avremmo esposti a brutte figure contro gente come Pruzzo e Bettega); si disimpegnò bene, ma a primavera 1982 Dal Cin gettò nella disperazione la tifoseria della “Flu” tesserando, assieme ad Ivica Surjak, il bravissimo Edinho.

Pereira chiuse la sua carriera quell’estate (forse a suffragio delle teorie sulla sua mistificata età), diventando bravissimo educatore di giovani calciatori in patria. Purtroppo nel 1998 un malore ne provocò una caduta che lo costrinse alla paralisi ed alla successiva morte avvenuta a cinquant’anni (ufficiali) l’anno successivo.

Nell’epoca più recente, detto di giovani come David Stefani e Alessandro Manni, chi dimentica “Pierino” Pierini? Una stagione devastante, culminata con il poco lusinghiero “Pippero” conferitogli dalla Gialappa’s Band come giocatore dalla media-punti più bassa in pagella quell’anno; in effetti pagò una gara contro il Genoa in cui “Nippo” Nappi gli fece tre reti costringendolo ad una brutta figura; la Gazzetta gli diede un voto tipo “uno”, ma Alessandro seppe riprendersi (anche grazie ad un anno di “Purgatorio” ad Andria) diventando un punto fisso della difesa a tre, griffe della band sfacciata e straordinaria targata Zaccheroni. Continuò la carriera a Firenze e la chiuse diventando bandiera del Cordoba, in Spagna.

E Johan Walem? Belga simpatico, modesto e preparato; quel centrocampo di cui fu il perno rimane uno dei più belli da vedere, efficaci e performanti della storia recente dell’Udinese. Fu prestato al Parma in una specie di gentlemen’s agreement quando in Emilia l’appena ceduto Appiah accusò una malattia temporaneamente invalidante; nel 2001 rientrò in patria, per poi diventare un eccellente allenatore.

Ma quanti altri ce ne ricordiamo: Marek Jankulovski, straordinario laterale ceco che condivise con noi la prima qualificazione in Champions della squadra (allora) di Spalletti; Nestor Sensini, capitano coraggioso di rientro dalle sue stagioni gloriose con Parma e Lazio che alla fine cercò anche, ritirandosi in corsa, di diventare allenatore (assieme a Dominissini) per raddrizzare la barca mandata fuori rotta dai dissidi fra Cosmi e i senatori dello spogliatoio; ci dovrà pensare però Galeone a risolvere la situazione. E autentici innamorati della maglia biancanera, come Momo Gargo e soprattutto Andrea Coda; lo svizzero-capoverdiano Gelson Fernandes, una rete a Roma e qualche gara con una maglia strappata sul davanti (probabilmente aveva finita la scorta personale?); un portiere come Belardi, un gatto di marmo come Igor Bubnjic, un eccellente centrocampista finito poi al Napoli (oggi purtroppo non centrale come in passato) come Allan Loureiro.

Lascio per penultima la maglia numero sei di oggi. Mohammed Seko Fofana: parigino-ivoriano di scuola Lorient e soprattutto City, è arrivato in punta di piedi a Udine e subito catalogato da Iachini come “non pronto alla serie A”. Gigi l’Aquileiense non l’ha pensata alla stessa maniera: titolare inamovibile, accelerazioni e recuperi polipeschi inframezzati da reti a giro d’autore. Sfortunatissimo quando contro la Juventus gli rimane il piede sotto l’avversario, causandosi la frattura del pérone. Futuro assicurato: ancora una, due stagioni poi prenderà (purtroppo) il volo.

Per ultimo, non mai ultimo, Maurizio Domizzi. Nelle 44 stagioni durante le quali, con un crescente livello di consapevolezza seguo l’Udinese, pochi giocatori mi sono parsi attaccati alla nostra maglia, che poi diventò 11, come Maurizio. Nove stagioni in bianconero, proveniendo da Napoli e lasciando, nel 2016, per portare il Venezia di nuovo in cadetteria. Legatissimo all’ambiente con la moglie Tiziana ed i figli, non ha mai sciolto il cordone ombelicale che lo lega alla Piccola Patria; né questa lo ha dimenticato, assieme a Giampiero Pinzi. Uno di quegli Uomini (uso la maiuscola a posta) che dopo aver sbagliato una gara (ma mica solo lui!) si presenta sotto la propria curva chinando il capo e chiedendo scusa. Ci manca, eccome.

Numero sei: legame fra difesa ed attacco, centrocampo che deve tutelare e proporre senza risparmiarsi. Dalla prossima puntata si parla di quelli che invece devono sparigliare le carte con la propria fantasia.

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