Galete, Galete…

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Nei precedenti due episodi di questa breve rubrica abbiamo accennato all’importanza della lavorazione della seta nella storia della nostra regione. Un’importanza dovuta al fatto che tale settore produttivo occupava, soprattutto nelle campagne, una parte talmente rilevante di persone da far dire, nel 1853, agli autori di un rapporto della Camera di Commercio della Provincia del Friuli, allora ancora sotto il dominio austriaco, che probabilmente vi erano occupati i nove decimi dell’intera popolazione locale.

Allevavano bachi coloni e piccoli proprietari, ma anche quelli che oggi definiremmo liberi professionisti. Persino i preti di paese, secondo le cronache di allora, solevano incrementare gli introiti facendo bozzoli.

Perché ci fosse tanta attenzione per il prodotto serico è facile da capire: se eri un mezzadro e il prodotto del tuo lavorare andava in parte per pagare l’affitto al proprietario e in parte per sfamare la tua famiglia, ti rimanevano ben poche strade per fare liquidità, e la galletta, così veniva chiamato popolarmente il bozzolo del baco da seta, era una di queste.

Il prodotto andava bene sul mercato, soprattutto perché alimentava il fabbisogno di materia prima delle numerose filande locali. In esse si produceva, attraverso un procedimento di immersione in acqua calda, il filo grezzo che poi sarebbe diventato filo per la tessitura. Tra Ottocento e prima metà del secolo successivo, centinaia di ragazze friulane si sono spellate le mani lavorando alle bacinelle di trattura, per portare alle loro famiglie un po’ di sollievo finanziario.

In conclusione, si può dire che di questo mondo è rimasto poco o nulla, se non qualche reperto di archeologia industriale. I cambiamenti economici iniziati dopo la seconda guerra mondiale hanno reso obsoleta la pratica serica e l’ultima filanda ha chiuso alcuni decenni fa. Comunque, chi volesse farsi un’idea di ciò che è stato, oltre alle numerose pubblicazioni, può visitare i molti e ben fatti musei etnografici della nostra regione. È consigliata poi una visita allo splendido Museo della moda e delle arti applicate di Borgo Castello a Gorizia, dove si può ammirare una vera rarità: un grande torcitoio circolare settecentesco tuttora funzionante. Agli amanti dell’architettura, infine, una piccola nota: il famoso Palazzo Kechler di piazza XX Settembre a Udine prende il nome da quello che è stato forse il più importante industriale serico dell’Ottocento, Carlo Kechler, che ne era il proprietario.  

Articolo di
Alberto GUERRA

[RIPRODUZIONE RISERVATA]

Prossima uscita tra un mese

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